WESTWORLD: vivere senza limiti per ritrovare se stessi

Il western e la fantascienza. Due generi apparentemente opposti: da una parte le radici, il passato e il mito originario; dall’altra il futuro e l’ignoto. Ma questi due generi hanno anche molto in comune: parlano della conquista di un mondo nuovo e incontaminato, un mondo dove si possono imporre le proprie regole e “dove tutto è concesso”.

È proprio su questi contrasti e punti di contatto che si erige Westworld, serie tv prodotta da HBO, scritta da Jonathan Nolan e Lisa Joy, e tratta dal film “Il mondo dei robot” di Michael Crichton. La prima stagione della serie è uscita in Italia su Sky alla fine del 2016 e, dopo una lunga attesa, la seconda stagione sta per arrivare: la prima puntata uscirà su Sky Atlantic il 23 Aprile alle 3.00 (in contemporanea con la messa in onda statunitense) e andrà in replica il 30 Aprile alle 21.15 per chi aspetta il doppiaggio in italiano.

In occasione dell’uscita della nuova stagione, negli Stati Uniti è stata creata una riproduzione del parco di Westworld: i visitatori hanno la possibilità di scegliere se indossare il cappello bianco o quello nero, per interpretare la parte dei buoni o dei cattivi, e possono fare un tour attraverso una serie d’installazioni, interagendo con numerosi attori che ricreano fedelmente il mondo della serie.

In Westworld viene rappresentato un mondo futuro in cui esistono una serie di parchi divertimento dove, chi può permetterselo, può fare permanenza per scatenare ogni suo istinto, senza temere di subire conseguenze. Tutto questo è possibile perché si tratta di parchi popolati unicamente da robot che, a vedersi, non sono distinguibili dagli umani. La prima stagione è ambientata in un parco a tema Western, genere che si presta particolarmente a questo clima di libertà e trasgressione, di ritorno alla natura selvaggia e agli istinti umani primordiali.

L’invenzione dei robot funge da metafora della Creazione: il Dottor Ford, lo scienziato che ha creato questi androidi, viene presentato come un Dio che ha creato i suoi figli “a sua immagine e somiglianza”. Ma, come nella Bibbia, le sue creature finiranno per trasgredire e ribellarsi a lui. Inoltre, il rapporto tra lo scienziato e i robot rimanda anche al legame tra uno sceneggiatore e i suoi personaggi: ogni androide viene “scritto” come un personaggio con dei caratteri specifici che ne determinano i comportamenti. Inoltre, per dare maggiore profondità e senso di realtà ai robot-personaggi, nel corso della serie viene fatto un aggiornamento che consente di aggiungere loro un trauma passato, un fatal flaw (che comporterà non pochi problemi ai direttori del parco). Questi tentativi di avvicinare sempre più i robot alla realtà portano ad interrogarsi circa la natura umana, a riflettere su ciò che distingue effettivamente un uomo in carne e ossa da una macchina, un po’ come tentava di fare il test di Alan Turing. Tali quesiti percorrono tutta la serie attraverso il simbolo del labirinto, un percorso tortuoso alla fine del quale si può trovare sé stessi.

Westworld funziona perché tutto quello che ci viene mostrato è ambiguo: non sappiamo se stiamo vedendo scene del passato, del presente o del futuro; non possiamo distinguere gli androidi dagli umani… Insomma è una serie che stimola le menti, che scatena curiose teorie e discussioni, proprio come fece “Lost”. E quel finale della prima stagione che rispondeva a molti quesiti ma apriva ad altrettante possibilità ci ha lasciato con il fiato sospeso.

Non ci resta che aspettare il 23 aprile per fare ritorno in questo mondo affascinante in cui, a quando dice il trailer, il caos prenderà il sopravvento.

Flavia Cimatti

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