THE SHAPE OF WATER: una storia d’amore e perdita

Se dovessi parlarvi di lei, della principessa senza voce, che cosa vi direi?
Ci troviamo nella periferica Baltimora dei primi anni ’60 e la principessa di cui si fa accenno è Elisa, una donna delle pulizie affetta da mutismo che lavora nei laboratori governativi di ricerca aerospaziale, luogo in cui incontrerà una creatura marina che conquisterà il suo cuore.

Inizia con la frase sopracitata il capolavoro sovrannaturale The shape of water, scritto e diretto da Guillermo Del Toro: vincitore del Leone d’oro come miglior film alla 74° mostra del cinema di Venezia, di due Golden Globe per la miglior regia e colonna sonora e, infine, candidato a ben 13 premi Oscar.
In questa favola fantasy è possibile, sin da subito, riscontrare dei riferimenti a pellicole del passato come la chiara ispirazione per il design della creatura marina con uno dei mostri tanto ammirati dal regista, ovvero la creatura de Il mostro della laguna nera di Jack Arnold che ci rammenta anche la tensione sessuale istauratasi tra l’essere e la protagonista femminile.

Durante il suo abituale turno di lavoro, Elisa scopre che un gruppo di scienziati tiene prigioniera una creatura marina con lo scopo di dissezionarla per ricercare nuove forme tecnologiche che riescano a portare i propri astronauti nello spazio. Non appena si rende conto che l’essere è in grado di comunicare, rispondere al linguaggio, alla musica e comprendere le emozioni vi istaura un rapporto speciale che va al di là delle parole.

“The shape of Water” è in grado di presentarci tre diverse tipologie di persone accumunate da un unico aspetto: la solitudine. La protagonista è muta per un trauma vissuto da piccola di cui porta ancora le cicatrici e vive ai margini della società; Zelda, collega di lavoro, è una donna afroamericana che lotta per i suoi diritti di donna all’interno del proprio matrimonio ed etnici all’interno della società; infine Giles, migliore amico della protagonista e narratore della favola, incarna un uomo omosessuale discriminato nei rapporti e sul lavoro. L’antagonista della storia è il colonnello che ha catturato la creatura e con la quale istaura un rapporto caratterizzato dall’aggressività, ma è anche la caricatura del self-made man. Infatti ha una famiglia perfetta, una bella casa, una moglie bellissima, ma viene divorato dalla voglia di sopraffazione.

La storia ha qualcosa di meraviglioso, non per il finale che offre la possibilità di immaginarci il “vissero felici e contenti”, ma perché ci fa vivere tra l’onirico e la realtà lasciando solo a noi la possibilità di interpretare il finale. In tutta la pellicola sono sempre presenti due piani separati: da una parte quello della realtà incarnata dal governo americano e il governo sovietico che, come espressione degli anni della Guerra Fredda, concorrono per possedere la creatura; e dall’altra quello del sogno caratterizzato dalla protagonista che vive la sua impossibile storia d’amore permettendoci di credere che a volte il sogno è meglio della realtà stessa.

Adesso non resta che attendere la notte degli Oscar, 4 marzo 2018, per sapere se e quale premi la pellicola si aggiudicherà.

Adriana Pellegrino

 

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