VIRGINEDDA ADDURATA. La coscienza di una santa

Santa Rosalia è seduta su una sedia in mezzo al palco, tazzina di caffè nella mano tremante, mentre fa colazione. Racconta a sé stessa (e al pubblico) del fiume di pellegrini che vengono a visitarla ogni giorno nella grotta dove il suo santuario è situato (luogo in cui la santa visse tutta la sua vita da eremita), elencando le richieste più assurde fatte dai fedeli.

Quando una giovane donna incinta prega la santa di ottenere la fedeltà del marito, coinvolto in una relazione adulterina con un’altra donna, la vicenda, fino a quel punto narrata con tono smaccatamente ironico, si tinge di dramma. È questo l’incipit di Virginedda Addurata, pièce teatrale che Giuseppina Torregrossa, autrice e romanziera siciliana, trae da un fatto di cronaca nera risalente a qualche anno fa che coinvolse una donna incinta, stordita e bruciata viva dal marito adultero. La narrazione si sviluppa attraverso la messa in scena delle visite compiute dai protagonisti della vicenda (la vittima, assieme alla figlia e alla madre, e l’amante del marito, tutte egregiamente interpretate da Egle Doria, attrice catanese dalle grandi capacità espressive) al santuario della santa siciliana (interpretata da Francesca Vitale, direttrice artistica di Palco Off, la rassegna teatrale di cui lo spettacolo fa parte).

Si parla dunque di femminicidio e di violenza nei confronti delle donne, ma lo si fa con amara e tagliente ironia. La componente umoristica del testo, resa brillantemente dalle due attrici, infonde un senso di freschezza e, paradossalmente, di incantato realismo ad una trama che, seppur da una base realistica, si sviluppa in direzioni al limite del surreale e che, ci si immagina, sarebbe stata resa normalmente ricorrendo alle dinamiche narrative tipiche del melodramma. La visione proposta dall’autrice è invece più densa e originale: il carattere dei quattro protagonisti è esplorato con precisione facendo attenzione sia alle luci che alle ombre della loro psicologia. La stessa Santa Rosalia si rivela un personaggio estremamente ambiguo nel suo distanziarsi dalla tipica rappresentazione iconografica dei santi: a metà tra il classico e il televisivo (Rosalia si muove spesso a ritmo di pop melodico e ricorda nelle prime scene il Cristiano Malgioglio dell’ultimo Grande Fratello), quella della santa è una figura a tratti saggiamente profetica, a tratti confusa quanto i fedeli che le chiedono la grazia. Il rapporto problematico tra il moderno pellegrino e l’arcaica religiosità del santuario si intreccia così con l’analisi dell’atto violento e del contesto socio-psicologico a cui le protagoniste appartengono.

La messinscena di Nicola Alberto Orofino sottolinea lo svolgersi degli incontri con un utilizzo interessante di luci e musiche, che rappresenta però anche il limite dello spettacolo: nell’evidenziare attraverso il commento musicale la narrazione schematica del testo originale, esso tende talvolta a risultare ridondante e ripetitivo. Il finale poi sembra voler lasciare aperto l’arco narrativo di Santa Rosalia, che scompare dalla scena senza lasciare traccia, impregnando la conclusione di una cupa (voluta?) ambiguità. Virginedda Addurata colpisce, nonostante ciò, per la sua capacità di portare in scena in maniera fresca e coinvolgente un argomento estremamente attuale e delicato, stimolando il pensiero dello spettatore senza sfruttare i facili didatticismi con cui tale tematica è spesso affrontata.

Giacomo Placucci

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