BLADE RUNNER: CRONACA DI UN RIUSCITO INSUCCESSO

Macchine volanti. Neon abbaglianti. Metropoli piovose. L’universo gloriosamente sporco e stroboscopico di Blade Runner di Ridley Scott, sbarcato nelle sale nell’ormai lontano 1982 e accolto freddamente da critica e pubblico, si è ritagliato negli anni un posto d’onore tra le innumerevoli rappresentazioni futuristiche proposte dal cinema fantascientifico americano e non ed è ad oggi considerato un caposaldo del genere.

35 anni dopo, la Los Angeles futuristica descritta originariamente da Philip K. Dick nel suo romanzo ‘Il Cacciatore Di Androidi’ (1968) torna sul grande schermo sotto la direzione del canadese Denis Villeneuve, forte del successo del suo Arrival (2016).  Le premesse c’erano tutte. Eppure 35 anni non sono stati sufficienti a riscattare il tonfo commerciale del film di Scott e a garantire il successo del sequel: dopo un esordio tiepido al botteghino internazionale, Blade Runner 2049 sembra aver già lasciato poche tracce nella mente del pubblico cinematografico. Una sconfitta che fa però onore a Villeneuve e alla sua visione cinematografica: in barba al cinema mainstreaming più rassicurante e approcciabile che prolifera di questi tempi e al budget del film (150 milioni di dollari, recuperati di poco al box office internazionale), Blade Runner 2049 si allunga, respira e sfianca, nel senso più positivo del termine, con una sfacciataggine degna del miglior cinema autoriale, un vero e proprio pugno in faccia alle tendenze cinematografiche odierne. Era da tempo che non si vedeva un film in tutto e per tutto “blockbuster” osare così tanto in termini di realizzazione e appeal commerciale.

Appoggiato da un comparto tecnico di macroscopiche proporzioni, su cui svetta la maestosa fotografia del britannico Roger Deakins, il regista canadese amplia e reinventa l’universo visivo introdotto da Scott 35 anni fa, spostando parzialmente la narrazione al di fuori della sua matrice metropolitana ed esplorando svariati scenari visivi e colorativi. Oggigiorno si preferiscono ritmi incalzanti, montaggi frenetici e azione esplosiva. Invece Villeneuve, nel dipanare  nuovi e vecchi misteri che il poliziotto protagonista – un Ryan Gosling ormai a suo agio in ruoli freddi e distaccati come quello dell’agente K – si ritrova a dover sciogliere, dilata i tempi drammatici all’inverosimile e muove i propri personaggi con una placidità che sfiora il maniacale.

Si potrebbe discutere a lungo su quanto Villeneuve abbia osato in termini di realizzazione tecnica, su come abbia affrontato certi nodi narrativi ereditati dall’originale di Scott o su quanto invece potesse approfondire sceneggiatura e scrittura, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo arco di narrazione. Blade Runner 2049, lungi dall’essere un capolavoro in senso stretto, è un’opera cinematografica di storica importanza, soprattutto se contestualizzata in un panorama come quello del cinema blockbuster odierno, dove al finanziamento di idee nuove si preferisce la sicurezza economica.

Cinema potente e importante che nessuno dovrebbe farsi scappare.

Giacomo Placucci

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