PALCO OFF. Come un granello di sabbia: la vera storia di Giuseppe Gulotta

Entro nella sala del Teatro Libero e vengo accolta da una piacevole degustazione di prodotti siciliani: il fil rouge di questa rassegna è proprio la Sicilia, in tutte le sue sfaccettature. Ed è proprio di Sicilia che parla lo spettacolo “Come un granello di sabbia”, di Massimo Barilla e Salvatore Arena. È la storia di Giuseppe Gulotta, un uomo siciliano che per errore venne arrestato e incarcerato per ventidue lunghissimi anni.

Si parte dalla giovinezza, una giovinezza spensierata come può essere quella di qualsiasi ragazzo di diciotto anni: le giornate al mare, gli amici, i giri in Vespa, tutto nella norma fino al racconto in tribunale, davanti a un giudice. “Sono 30 anni che nessuno mi ascolta”, dice Gulotta. E così si apre un flashback che racconta l’arresto e la detenzione: una notte, quando aveva 18 anni, vennero uccisi due carabinieri e Gulotta e alcuni amici vennero portati in caserma dagli agenti. Era l’inizio dell’incubo: Gulotta venne picchiato, torturato e indotto a confessare un crimine che non aveva commesso perché per tutti il rapporto scritto dai carabinieri era Vangelo e la parola di Dio non può essere contrastata.

Da quel momento iniziarono le agonie giudiziarie: prima in carcere, poi agli arresti domiciliari fino al 1990, anno in cui la cassazione confermò l’ergastolo. “Sono un granello signor giudice, un piccolo granello di sabbia rimasto lì nell’ingranaggio”. Dopo ventidue anni di detenzione ingiusta, grazie ad un testimone precedentemente ignoto, il processo venne riaperto e Gulotta fu dichiarato innocente e fu assolto. Finalmente libero. Perché “la verità è come un diamante: dura e incorruttibile”.

Un caso esemplare di malagiustizia che ha costretto un uomo a ventidue anni di ingiusta detenzione. “Mi manca l’aria, l’aria di tutta una vita”, questa la prima battuta dello spettacolo. Una storia con un lieto fine che ha impiegato 36 anni ad arrivare, una storia tagliente ma, purtroppo, non unica nel suo genere: in Italia, ogni anno, si registrano tantissimi casi di malagiustizia, casi in cui le persone vengono private della propria quotidianità e accusate di qualcosa che non hanno commesso, imprigionate e guardate con lo sguardo che di solito si riserva ai criminali e ai prepotenti.

Un intenso monologo che fa riflettere su quanto valga la propria vita, su quanto sia preziosa la libertà. È vero che Giuseppe Gulotta è stato ampiamente risarcito dallo Stato italiano, ma chi riuscirebbe a sopportare tutto quello che ha passato lui per avere in cambio qualsiasi cifra? Non ha potuto vedere crescere i suoi figli, non ha potuto vivere gli anni migliori della sua vita. Senza avere la possibilità di parlare, di affermare la sua innocenza. Lui, come tante altre vittime di malagiustizia. E proprio a loro è rivolta la battuta finale della pièce: “Quanti come me aspettano senza avere voce? Quanti come me camminano nel buio?

Clarissa Mazzocchi

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