DA BLADE RUNNER A TWIN PEAKS: questo è il futuro o il passato?

Sono passati 25 anni dall’ultima volta che il cinema aveva portato il pubblico in una Los Angeles futuristica, cupa e carica di pioggia. Ora l’universo di Blade Runner è finalmente tornato in sala. Il film di Denis Villeneuve rimarrà, a prescindere dai giudizi e dalle osservazioni contrastanti, uno dei fenomeni cinematografici più discussi e più importanti di quest’anno.Blade Runner 2049 non è un’operazione isolata, un’eccezione alla regola, ma si incastra perfettamente in un trend che sembra ormai essere un fattore consolidato dell’industria hollywoodiana. Negli ultimi anni infatti abbiamo visto un impressionate numero di revival di franchise non solo recenti, ma anche classici. Abbiamo visto per esempio la forza risvegliarsi e tornare più prolifica che mai, abbiamo risalito le scale di Philadelphia con Rocky, siamo tornati ad aver paura dei mostri dell’horror anni ’80, ci siamo avventurati con un Daniel Craig – novello James Bond – e questo solo per citare alcuni titoli.

Tutte queste opere sono di fatto attraversate (sebbene non tutte esplicitamente) da una sensibilità comune, affrontata in maniera particolarmente consapevole proprio da Blade Runner 2049. Questo sequel riesce a farsi quasi portavoce delle opere che lo hanno preceduto grazie alla scelta di temi quali la ricostruzione della propria identità a partire dai ricordi, la gestione della memoria individuale e collettiva e la riscoperta della forza creatrice del passato. Affermando la pariteticità tra umano e replicante e dando a quest’ultimo una possibilità pro-creativa, gli autori confermano la dignità del prodotto  e giungono ad una conclusione conciliante in cui il passato si ricongiunge con la propria presente filiazione in uno sguardo che si lancia verso lo spazio immaginifico e aperto (come il futuro) del fuoricampo.

Una visione in fondo positiva e ottimista dello stato del cinema ma che tuttavia non risulta essere unica. Ed è qui che arriviamo a David Lynch e a Twin Peaks: The Return. Un ritorno a casa, dove non sembriamo mai arrivare e una volta giunti la troviamo orribilmente cambiata. L’opera lynchiana non si può racchiudere in una interpretazione, ma sembra ammonire le vecchie e nuove generazioni: il mondo cambia, il tempo passa (e la cosa più sconvolgente di questi revival è l’effetto del tempo, se non della morte, sui volti e le vite degli attori protagonisti) e ciò che era vero ieri non lo sarà domani. C’è il grande rischio di rimanere intrappolati in un eterno ritorno in un luogo che non riconosciamo più.

Due visioni archetipe ma antitetiche del rapporto dell’uomo col proprio passato che non è scopo di questo articolo confermare o smentire. Una risposta unica sarebbe presuntuosa e parziale. Ci rimangono solo domande da porgere, e ci sembra giusto chiudere questo articolo con due citazioni delle opere: la chiave per il futuro è finalmente rivelata? Questo è il futuro o è il passato?

Marco Santeusanio

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