PROVA A SOLLEVARTI DAL SUOLO. Quando il teatro supera le barriere per abbattere dei confini culturali

Cosa succede quando il teatro supera le barriere per abbattere dei confini culturali? Giovedì 9 Novembre si è conclusa la sesta edizione del Festival di Teatro Carcere, un progetto realizzato dall’Associazione Opera Liquida, una compagnia teatrale diretta da Ivana Trettel, che dal 2009 lavora a contatto con i detenuti presso la casa di Reclusione Milano Opera.

L’obiettivo principale dell’associazione in collaborazione col carcere è quello di creare momenti di vitalità e positività all’interno di un contesto, che per sua natura, non sembra lasciare spazio al riso e all’immaginazione. Il teatro supera delle barriere artificiali, buca le mura di cemento, per diventare strumento sociale e culturale di recupero e reinserimento. Il carcere è un’istituzione totalizzante e soffocante, che limita le libertà, anche le più elementari, di ciascun uomo. Di fronte alla staticità e alla pesantezza architettonica di questo spazio, fatto di cinte e cancelli, l’opera teatrale, nelle sua liquidità permette ai detenuti di ritrovare un contatto con la realtà. La creatività teatrale, essendo duttile, non conosce frontiere e barriere perché come un liquido attraversa i confini superandoli con la sua forza ideologica ed emotiva. L’ultima cena, è il titolo della spettacolo andato in scena a conclusione della stagione, e realizzato dal gruppo 3 Chefs Trio Comedy Clown.

La comicità ha davvero dominato sulla scena dal primo all’ultimo minuto. Entrare in un carcere come visitatore non è semplice. È uno spazio straniante che trasmette un senso di chiusura e associare il riso alle sbarre potrebbe rivelarsi contraddittorio. Fin da subito ci si trova davanti ad una serie di cancelli e a gruppi di guardie penitenziarie che permettono di comprendere all’istante la diversità di quel luogo. Quando si va in un teatro “normale” non si passa attraverso un metal detecktor, non si consegna una carta di identità e sopratutto si firmano fogli in cui si certifica di non avere carichi pendenti. L’impatto è forte, quasi imbarazzante. Respirare e toccare questa diversità ti apre ad un mondo che tutti i giorni, per i non detenuti, risulta impenetrabile. Dopo aver lasciato le credenziali, e aver indossato un pass, ci hanno condotto dentro il carcere: prima uno spazio aperto, immenso e spiazzante e poi un corridoio che ci introduceva al teatro.

In quei 60 minuti, non ci sono state barriere a dividerci rispetto allo spazio, al tempo, alla religione, alla nazionalità. Tutti condividevamo lo stesso spettacolo e tutti ridevamo per le stesse scene, perché il teatro unisce senza limiti. Ai più critici, il teatro in carcere come forma di reintegrazione o formazione potrebbe sembrare inutile. Tuttavia ritengo che non sia utopica l’idea che il teatro possa essere davvero una via per riprendere coscienza di sé dopo aver commesso sbagli o errori. Il teatro da sempre ha formato l’uomo, lo ha indirizzato rispetto alla sua natura e alla sua cultura, ha trasmesso e continua a trasmettere valori quotidiani e può continuare a farlo dentro e fuori le sbarre. Il teatro ha la grande capacità di poter trasformare il dolore in qualcosa di positivo, vitale e generativo. Non solo, ma guardandomi intorno, ho potuto notare che la maggior parte dei carcerati, avevano la mia età, erano poco più che ragazzi e adolescenti, italiani e stranieri.

Allora perché non pensare e credere davvero che il teatro possa essere un piccolo pezzo entro il grande puzzle della reintegrazione sociale e civile? Se si può trovare nel teatro una via per crescere e confrontarsi, anche chi ha sbagliato può e deve avere la possibilità di mettersi alla prova, abbattendo delle barriere ideologiche. Il teatro non è solo svago, ma è soprattutto formazione dell’io interiore ed osservazione della realtà da nuove prospettive. Se il teatro è vita, allora tutti dovrebbero avere la possibilità di respirare un’aria di libertà.

Michela Baietto

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