SECONDO STEP: Buona la prima (impressione)! Come comunicare in modo efficace durante un colloquio

In occasione del secondo incontro incentrato sull’orientamento al lavoro che ha avuto luogo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano mercoledì 18 ottobre, Andrea Ceriani, action learning coach presso la KKIEN ENTERPRISE e Carlotta Reale, Junior HR Business partner di MEDIOBANCA hanno fornito agli studenti preziosi consigli su come comunicare in modo efficace durante un colloquio.

Avete presente ne “la ricerca della felicità” la famosa scena del colloquio di lavoro dove uno sfortunato Will Smith si presenta con il vestito sporco di vernice e, nonostante questo, ribalta la sua situazione, lasciando i presenti increduli e senza parole? No, questo non è un tentativo di spoiler (se non avete ancora visto il film) ma un esempio di come diceva Oscar Wilde “non c’è mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione”.

Se la prima impressione che l’interlocutore ha del candidato non è positiva, quest’ultimo parte già svantaggiato. Lo conferma Carlotta Reale: “il tipico problema del recruiter, è quello dell’effetto alone: la prima impressione del candidato, che di solito si forma nei primi 10 secondi dell’incontro, rischia sempre di compromettere tutto il colloquio”. Per Andra Ceriani, infatti, un colloquio di selezione è prima di tutto uno scambio comunicativo. L’idea “io sono come sono”, che spesso guida le nostre scelte, diventa un’opzione molto rischiosa in quanto quando ci rivolgiamo a qualcuno, il nostro interloquire genera inevitabilmente valutazioni che possono essere negative, non soltanto dal punto di vista verbale ma anche da quello estetico. Se è vero, infatti, che l’abito non fa il monaco sfortunatamente in un colloquio di lavoro diventa l’eccezione che conferma la regola poiché aiuta a costruire l’immagine di noi che vogliamo trasmettere. Questo non vuol dire fingersi qualcun altro ma semplicemente imparare a bilanciarsi all’interno del contesto in cui ci si trova. Ogni candidato dovrebbe metter in atto degli atteggiamenti che lo aiutino sostanzialmente a passare dal “naturale” al “professionale”.

L’ansia del primo colloquio è difficile da dimenticare: la voce tremante, le gambe che non riescono a stare ferme e l’eccessivo preoccuparsi sulla propria postura o sul dove posizionare le mani, dilemmi che, forse fanno sorridere ma che in quel momento paiono questioni di vitale importanza. Affrontarlo significa, infatti, imparare a mettersi in gioco, fare del self branding e riuscire a mostrare agli altri il meglio noi, quanto valiamo. Per prepararsi solitamente si seguono due step: il primo è fare una ricerca sull’azienda e la posizione per cui ci si candida, dimostrando interesse e buona volontà; il secondo è banalmente googlare “cosa dire o non dire durante un colloquio”. Dal punto di vista psicologico occorre invece essere pronti ad affrontare la comunicazione che si sviluppa durante il colloquio di selezione, capendo le dinamiche relazionali e riuscendo a comunicare in modo efficace con gli interlocutori. La scienza insegna, infatti, che ciò che vogliamo esprimere non avviene soltanto tramite la comunicazione verbale ma anche attraverso quella para verbale e non verbale. L’obiettivo è essere globalmente il più performativi possibile, dal punto di vista delle modalità e delle metodologie, sia che si tratti di un colloquio individuale che un assessment di gruppo. Parliamo, quindi, di una vera e propria attività formativa, in cui la parola chiave è interazione.

Come ribadisce Carlotta Reale, “per performare bene a un colloquio ci si allena. È sbagliato pensare che sia una semplice chiacchierata”. Occorre, infatti, simulare, preparare risposte ed esercitarsi, modulando tono di voce e linguaggio. La risposta alla classica domanda “quali sono i propri punti di forza e debolezza va preparata e non improvvisata, poiché potrebbe generare ansia e agitazione a tal punto da fornire informazioni scorrette o, peggio, invalidanti. Rispondere “non lo so, dovrei pensarci” o “non ho punti di debolezza”, come concorda Ceriani, sono entrambe risposte che, nella logica del costruire uno scambio comunicativo, fanno scattare una valutazione negativa nel selezionatore. “Come recruiter vogliamo sentirci dire veramente quali sono i punti di forza e debolezza” aggiunge la Reale, “anche se la realtà è che non ci verrà mai detto direttamente quali sono”. Occorre, infatti, saper dire la verità ponderando le proprie risposte. Affermare di essere onesti o precisi non basta, occorre contestualizzare, in quanto, molto spesso, viene chiesto di fornire un esempio a favore delle proprie dichiarazioni.

Solitamente il candidato viene invitato a presentare se stesso con un approfondimento su alcune voci del proprio curriculum, parlando dei percorsi scolastici, di eventuali esperienze all’estero, di stage e dei rapporti con i colleghi. A tal proposito, in alcuni casi, è molto importante la preparazione delle risposte anche in inglese. La domanda sui punti di forza e debolezza è quasi un must mentre quella più particolare riguarda i difetti che, assolutamente, non si tollerano nei confronti dei colleghi. Per quanto riguarda l’esposizione, invece, i due professionisti consigliano di trovare un equilibrio tra il non centellinare troppo le risposte e il non essere troppo prolissi: occorre essere essenziali e soprattutto diretti. Molto apprezzate sono, inoltre, le domande circa le proprie mansioni future poiché dimostrano il forte interesse del candidato. Anche se la domanda può sembrare in un primo momento bizzarra o priva di senso, l’importante è non focalizzarsi troppo sul perché il selezionatore ha posto proprio quella domanda ma cercare di fornire un’immagine positiva di se stessi e come si dice in questi casi: buona la prima!

PS: Non dimenticate il primo step “I canali e gli strumenti per la ricerca attiva del lavoro”! Buona lettura!

Veronica Troiano

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