L’INGANNO: IL NUOVO FILM DI SOFIA COPPOLA

Virginia, 1864, guerra di secessione: una foresta fitta e scura, attraversata da pochi raggi di luce. In lontananza rimbombi, esplosioni e urla di una battaglia che si sta combattendo da qualche parte, lì fuori. Subito dopo la filastrocca infantile di una bambina candida e in eleganti abiti bianchi che si aggira per il bosco. Si è allontanata dal suo collegio femminile. Lì, per caso, troverà un soldato ferito e in fuga per la propria sopravvivenza.Basta la descrizione dei primi minuti del film per identificare i due mondi opposti che si contrastano facendo muovere l’intera struttura narrativa di L’inganno.

 Da un lato il mondo femminile del collegio, sistema civilizzato e protetto dalle proprie mura e regolato da rigide codificazioni comportamentali volte a perseguire una compostezza ed un’innocenza artificialmente costruite. Dall’altro lo sconfinato bosco, luogo maschile selvaggio e conflittuale, governato da meccaniche naturali-istintuali-ferali.

È proprio la contaminazione tra questi due ecosistemi il punto di partenza del nuovo film di Sofia Coppola, tratto dal romanzo del 1966 A Painted Devil di Thomas P. Cullinan (di cui Don Siegel nel 1971 aveva già diretto un adattamento cult, La notte brava del soldato Jonathan) e presentato quest’anno alla settantesima edizione del festival di Cannes, dove è stato premiato col Prix de la mise en scène per la miglior regia.

L’ingresso della figura del caporale Jonathan McBarney (Colin Farrell) nel collegio femminile diretto da Martha Farnsworth (Nicole Kidman) fa sviluppare una spietata e fine satira, capace di alternare eventi tragici e momenti di sferzante ironia, sulle ipocrisie dei comportamenti umani e sull’incolmabile frattura tra precetti comportamentali ideali e legge terrena del desiderio.

La camera della regista americana con sapienti scelte registiche si interessa di andare ad inquadrare sguardi proibiti e segnali nascosti in un cosmo fatto di posture rigide e merletti bianchi. In particolar modo la prima parte di film è caratterizzata dal ritmo sostenuto, ma lascia trasudare una palpabile tensione sessuale tra i personaggi pronta ad esplodere nella seconda parte. Sono gli ultimi atti dell’opera ad essere un susseguirsi di reazioni violente, comportamenti irrazionali e inganni in cui i protagonisti esplodono tradendo l’essenza e la sostanza (ma non l’apparenza e la forma) dei propri codici morali.

L’oasi civilizzata del collegio viene violata e la sua utopia etica viene distrutta man mano che le proprie contraddizioni vengono esposte, in un processo di decostruzione che non lascia indifferente lo spettatore, portato a rivedere nel microcosmo descritto una porzione del proprio universo e, in maniera non conciliante, a porsi delle domande e a ripensare ai propri comportamenti e alle proprie certezze.

È per questo infine che L’inganno può risultare una visione non facile e lasciare sensazioni non propriamente positive. Però, questi più che difetti, andrebbero pensati come punti di forza di un film che abbraccia un’idea di cinema in cui lo schermo della sala diventa specchio riempito dalle nostre chimere e mezzo attraverso il quale-se non esorcizzarle-prenderne almeno consapevolezza.

Visione sicuramente consigliata. Non lasciatevela scappare!

Marco Santeusanio

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