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EXCHANGE ABILITEat: quando una performance diventa social

Qualche mese fa l’oratorio Sant’Anna di Bergamo, l’associazione ESN Bergamo ha organizzato una cena con disabilità, una sfida tra divertimento e sensibilizzazione. Scopriamo cosa hanno fatto!

Quando pensiamo alla parola sensibilizzazione, è immediato associarla a termini come serietà, responsabilità, compassione. Non sempre però è cosi. Recentemente si è sviluppato un nuovo modo di rendere partecipe le persone, cercando di arrivare ai loro cuori attraverso l’ironia e il “divertimento”. Lo dimostra una recente pubblicità con protagonista Checco Zalone, famoso comico italiano prestatosi come volto della campagna di raccolta fondi a favore della ricerca contro la SMA, l’atrofia muscolare spinale, che limita o addirittura impedisce il controllo di gambe, collo, testa e del meccanismo di deglutizione. L’attore, che nella pubblicità abita in un condominio dove si trasferisce Mirko, un ragazzino affetto da SMA, si irrita di fronte al dover adattare le proprie abitudini a quelle di Mirko che non può scendere le scale se non con apposito apparecchio e si diverte a giocare alla play station a tutto volume durante le ore notturne. È impossibile non ridere a fine spot, quando Zalone, di fronte all’ennesima rinuncia, questa volta fondamentale per lui (il posto macchina), annuncia che avrebbe donato un mucchio di soldi all’ente per la ricerca contro la SMA al fine di trovare una cura per il ragazzo che avrebbe così affrontato, come tutti, uno dei “più grandi problemi italiani”: la ricerca del parcheggio. Il meccanismo dell’ironia e del gioco, dunque, funge da cardine e noi di ESN Bergamo (Erasmus Student Network), servendoci dell’idea di performance, abbiamo voluto testare questo metodo, organizzando una serata originale e diversa: Exchange Abiliteat.

Cosa faresti, pertanto, se improvvisamente fossi impossibilitato a utilizzare uno dei cinque sensi o uno dei tuoi arti per compiere i movimenti quotidiani più semplici?

Abbiamo dunque trasformato la semplice e colorata sala dell’oratorio in un palcoscenico in cui, per una sera, far sperimentare in prima persona ai ragazzi in Erasmus a Bergamo, i problemi legati alla disabilità. Dopo esser stati accolti da un ricco buffet e dal nostro staff pronto a interagire con loro, in più di quaranta hanno preso posto a sedere. L’ideatrice della serata, Alessia Campopiano, responsabile della commissione Social e referente Exchange Ability (programma che si occupa delle iniziative di integrazione e che vorrebbe rendere l’Erasmus accessibile anche alle persone disabili) è in piedi di fronte a loro, affiancata da una collega che traduce la spiegazione in inglese per coloro che non parlano italiano.

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Dopo aver chiesto a ciascun ragazzo di pescare da un cappello un biglietto recante una diversa disabilità, questa viene interpretata utilizzando oggetti comuni: una sciarpa per rendere le persone cieche o prive di uno o di entrambi gli arti; un bastone per impedire l’uso di una gamba, dei guanti per renderli monchi e del cotone per far provar loro cosa significa essere sordi. Diventati dei veri e propri attori, hanno dovuto simulare e mantenere la disabilità per quindici minuti per poi, successivamente, cambiarla in un’altra: così chi inizialmente era cieco ha perso un arto, chi era sordo una gamba, chi monco è diventato cieco. Attraverso questo evento, in uno spazio delineato, il loro corpo viene messo alla prova e i loro sensi vengono limitati o addirittura annullati.

Questa divertente sfida spinge i ragazzi nel contempo a sensibilizzarsi, immedesimandosi in coloro che tutti i giorni convivono con queste difficoltà. E’ immediato l’aiuto reciproco: c’è chi aiuta il ragazzo bendato a camminare e a sedersi, chi imbocca la ragazza “priva degli arti superiori” e via discorrendo. Si realizza così una reinterpretazione del sé: i normodotati, per una sera, diventano diversamente abili, cambiando così il loro modo di vedere e di percepire le cose.

Tutto ciò mi fa pensare tanto alla situazione reale: siamo ben disposti verso quelli che consideriamo disabili? Al termine dell’esperienza ho raccolto alcune testimonianze. La cecità è risultata la disabilità più vincolante: “ho dovuto chiedere agli altri di imboccarmi perché io non riuscivo nemmeno ad infilzare il cibo con la forchetta”, racconta una ragazza messicana, “mi hanno aiutato a sedermi e a camminare. E’ stato divertente, ma mi sono immedesimata in coloro che davvero devono affrontare questo tipo di difficoltà tutti i giorni.” Mi hanno colpito molto le parole di uno studente iraniano, che, alla mia domanda “se incontrassi un disabile in difficoltà l’aiuteresti?” mi ha risposto con convinzione: “it would be an honor to help him”. “Aiutare, non allontanare” mi ha risposto invece una ragazza francese.

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Questo è un punto importante su cui riflettere soprattutto perché non sempre tutti condividono questa idea e tendono a isolare anziché integrare; un esempio è la recente e sconcertante recensione pubblicata su Tripadvisor da un padre che lamenta la presenza di “una miriade di ragazzi disabili” in un villaggio turistico abruzzese, che non avrebbe costituito, a suo dire, un bello spettacolo per i suoi figli, aggiungendo, addirittura, che avrebbe chiesto i danni alla struttura.

Sorge spontaneo allora domandarsi se l’ironia e il divertimento possano smuovere anche la coscienza di queste persone, invitandole a non provare compassione ma comprensione perché esistono diverse realtà nella vita e ciò che vede o sente una persona non è necessariamente ciò che vede o sente un’altra.

CIMOreporter – Veronica Troiano

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