LA BUONCOSTUME e le contronarrazioni vincenti

Quando Pier Mauro e Fabrizio (metà de La Buoncostume) si siedono ho subito l’impressione che siano due tipi di poche parole, ma che sappiano bene quanto e come usarle, con quel fare un po’ sornione di chi si è stufato da un po’ della banalità tipiche delle occasioni pubbliche. E come contraddirli!

Per uno che ha visto Klondike, è difficile starli a sentire spogliando la mente dall’immagine dei due sciagurati creativi freelance protagonisti della webserie. Si tratta indubbiamente del loro progetto più sentito, quello per cui Fabrizio, da vero freelance impegnato, sostiene di aver “buttato ogni tipo di liquido corporeo, per controbattere alcune narrazioni dominanti.

Klondike nasce dal pensiero che la generazione dei nostri genitori fosse un’eccezione e non la norma”, racconta Fabrizio, “tutte le altre generazioni sono vissute nel caos, noi compresi. Questo tema ci interessava, abbiamo immaginato questo parallelismo tra i freelance di oggi e  i cercatori d’oro di fine 800 del Klondike, anche per smarcarci dalle narrazioni dominanti (di nuovo) che ci circondavano: quelle che descrivono la nostra o come una generazione di bamboccioni, o come il mito del San Precario. Quei pionieri erano un po’ come noi, tanto coraggiosi quanto un po’ ingenui; perché poi alla fine l’oro non lo trovava quasi nessuno. Purtroppo non siamo riusciti ad andare visivamente più a fondo nella metafora, volevamo girarla nella neve, ma i fondi a disposizione sono quelli che sono.

Pier Mauro è più diplomatico. Esistono due approcci per lavorare su internet. Uno consiste nel fare un prodotto che possa vivere online, che cerchi la viralità, i numeri e il successo, finché qualcuno non decida di finanziarlo per farlo restare in vita. Un altro uso è quello della fiction che evada dalle regole di brevità e di velocità e che usi internet come vetrina per farsi notare e per portarti  in altri ambienti come la  tv o il cinema. Klondike è questo secondo caso: avevamo voglia di fare altro rispetto ai prodotti brevi di Camera Cafè, Il Candidato, Pong, Faccia libro. Volevamo qualcosa di più corposo, per raccontare storie diverse con episodi da 16, 20 minuti. Un certo tipo di affermazione che ha funzionato e ci ha ripagati con il premio al Roma Web Fest“.

klondike

Foto dal set di Klondike _ ph. credits: LA BUONCOSTUME.

Basterebbe guardare la webserie per capire un po’ meglio cosa significa lavorare all’interno dell’industria creativa nel 2016, con tutte le idiosincrasie, le ambizioni, le sfighe e i paradossi dell’essere un freelance a Milano. Una Milano, tra parentesi, che non è Duomo, Borsa e Navigli, ma che raffigurata nei quartieri Isola e Garibaldi risulta molto meno anacronistica. Lavorare in un ambiente così difficile e mutevole lascia apparentemente pochi spazi alla coerenza e invece quello che emerge ascoltando la loro esperienza è proprio il contrario. Coerenza e identità ferma, con un’apertura a 360° su quello che offre il mercato. “Viviamo a Milano, non a Roma. Non campiamo con la fiction, ma con la comunicazione per le aziendedice Fabrizio. Ed è proprio quest’identità chiara e coerente che alla fine premia e che ha premiato loro per primi, non tanto dal punto di vista delle visualizzazioni, quanto dal punto di vista dell’immagine e della reputazione. “Succede spesso, ad esempio, di essere contattati da aziende che hanno apprezzato la webserie, più che i lavori aziendali” rivela Fabrizio.

Di nuovo, le narrazioni dominanti. Quelle che al tempo di Pong sconsigliavano di produrre serie tv sui giovani e che oggi sconsigliano i video troppo lunghi sul web. La realtà, poi, è che la voce de La Buoncostume è quella di quattro ragazzi che oltre a saper fare, sanno anche scegliere benissimo anche il come e il cosa. E questo riguarda anche la loro attività di comunicazione. Quella che ha anticipato il lancio di Klondike ha cercato di istruire il futuro pubblico sul parallelismo tra il precariato dei trentenni di oggi, e quello dei cercatori d’oro di fine Ottocento, con una serie di jpeg divertenti, intelligenti e omogenee.

Klondike bla bla car

Comunicazione memetica. Ph. Credits: LA BUONCOSTUME

Diverso è il discorso relativo alla gestione della community: non abbiamo un vero atteggiamento di community”, continua Fabrizio, “se non quello di mostrare sempre un estremo rispetto verso il nostro pubblico. Il mio modo per mostrarti rispetto non è quello di risponderti a tutti i commenti, a gestire attivamente e continuamente la community, ma è quello di impegnarmi per continuare ad offrirti i miei contenuti (gratis). C’è chi lavora sulla continuità sui social, ma per noi è evidente che chi crea questi contenuti non ha la minima stima del proprio pubblico. Per noi prevale sempre la voce appassionata e sincera, piuttosto che quella persistente. Senza voler negare, che poi essere attivi sui social media comunque ti premia“.

L’ultima trovata, in questo senso, è la newsletter Charlize. Un’iniziativa nata senza pensare immediatamente al profitto (sebbene con certi numeri lo si possa raggiungere), ma con l’obiettivo di ricreare una cornice più intima e autentica in cui mostrare tutti i “lati più secchioni” di ognuno, per cercare di arrivare al lettore in un modo meno invasivo ma più potente, in un luogo decisamente meno frenetico rispetto ai social. Uno spazio che può effettivamente essere quello adatto alla costruzione di un qualcosa di più che una semplice fan base su Facebook.

Specie se, come accade ad un collettivo artistico come La Buoncostume, poi si fa fatica a creare una propria riconoscibilità come tale. In tanti conoscono i nostri video ma magari non ci conoscono come La Buoncostume“, spiega Pier Mauro, “infatti ne Il Candidato (la serie andata in onda su Rai3), abbiamo cercato continuamente di posizionarci come autori e sceneggiatori. Su un milione e mezzo di spettatori una piccola fetta lo sa. È anche figlio di questa natura strana che abbiamo”. “Non è normale che sceneggiatori si mettano insieme per fare un collettivo“, precisa Fabrizio “già questo è un gesto molto forte. Un conto è il singolo youtuber, la casa di produzione. The Pills sono The Pills e hanno fatto la loro serie. Noi abbiamo fatto un tipo di percorso alla collettivo artistico. Già fare questa cosa ci ha permesso di lavorare meglio, perché arrivi ad un empasse dopo l’era dei video interstiziali, dove o continui ad infilarti in tutte le situazioni e in tutte le condizioni, anche degradanti, oppure, come abbiamo fatto, ti dedichi un anno a renderti visibile. E questo ha pagato. Non facciamo grandi numeri, ma ci siamo fatti riconoscere.”

Carlo, Simone, Fabrizio e Pier Mauro lo hanno fatto decisamente bene.

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