QUALCHE COMMENTO SUGLI #OSCAR2016

La cerimonia per l’88esima edizione dei premi Oscar si è chiusa ormai da poco più di un giorno, lasciando dietro di sé non poche polemiche. Lo spettacolo, caratterizzato da sempre da una durata notevole (più di cinque ore se si tiene conto del passaggio sul red carpet delle star), quest’anno ha sofferto – più del solito – di noia cronica causata da una conduzione ben al di sotto delle aspettative. L’edizione, infatti, già colpita nel corso delle precedenti settimane da promesse di boicottaggi e hastag come #Oscarsowhite a causa dell’esigua rappresentanza di afroamaericani nelle candidature, ha fatto della polemica il perno attorno al quale far ruotare l’intera serata. Il presentatore di colore Chris Rock si è, infatti, lanciato sin dalle sue prime battute in affondi e attacchi contro le scelte dell’Academy: un vero e proprio sermone privo tuttavia di quel sarcasmo necessario per affrontare una questione scottante come quella delle etnie e delle differenze culturali – tema non solo tra i punti più dibattuti in queste primarie presidenziali, ma che rappresenta per l’America un tasto dolente, visti i numerosi casi di violenza razziste della polizia – senza trasformare l’intera serata in una tribuna politica. La premiazione ha dunque sofferto di un “moralismo non troppo latente” che si è trascinato per tutta la durata della premiazione, offrendo agli spettatori ben pochi guizzi ed emozioni, tranne forse che per l’arrivo dei droidi di Star Wars e, ovviamente, per la standing ovation riservata a Ennio Morricone, vincitore dell’Oscar per la miglior colonna sonora originale per il film “grande assente”, The Hateful eight di Tarantino. Ma le polemiche riguardano soprattutto i risultati, che dividono la critica, e che potremmo riassumere in: Di Caprio si o Di Caprio no? Meglio Revenant (e vi prego di non chiamarlo Redivivo!)o Spotlight (e non Il caso Spotlight – che di fatto non vuol dire nulla e vedremo poi perché)? E Mad Max: Fury Road di Miller ha meritato tutti i premi vinti? Procediamo con ordine e proviamo, ad ormai ventiquattro ore dall’assegnazione dei premi, a commentare i vincitori!

Iniziamo con il film che in questa edizione ha fatto incetta di statuette: stiamo parlando di Mad Max: Fury Road di George Miller, che ha portato a casa ben 6 premi (miglior montaggio, sound mixing e editing, migliori costumi, make-up, migliore scenografia). Il film di Miller porta a casa i premi “tecnici” e, di fatto, il film eccelle sul tecnicismo e si ferma lì: ambientato in un futuro distopico, post apocalittico, il film colpisce a livello visivo e riesce a tenere vivo l’interesse dello spettatore attraverso una serie di inseguimenti nel deserto e funamboliche acrobazie a bordo di auto, moto e blindocisterne. Tuttavia il film presenta una trama debole– per non dire quasi inesistente: il film risulta godibile, ma non può certo ambire ai premi legati alla dimensione artistica. E infatti, sebbene candidato anche come miglior film e miglior regia, rimane, giustamente, escluso dai premi.
Il premio per la miglior regia spetta infatti a Alejandro Gonzales Iñarritu, al suo secondo Oscar consecutivo dopo la statuetta ricevuta lo scorso anno per Birdman. Iñarritu è un virtuoso della regia, su questo non si discute: tuttavia con Revenant forza l’uso di virtuosismi e il film risulta pretenzioso, oltre che forse un po’ presuntuoso. La storia racconta la marcia di un gruppo di cacciatori di pelli nel nord degli Stati Uniti nel 1823; durante il viaggio la guida del gruppo, Hugh Glass/Leonardo Di Caprio viene attaccato da un orso e ridotto in fin di vita. Incapace a proseguire la marcia, verrà lasciato con il figlio, avuto da una donna pellerossa e dunque presenza poco gradita dalla compagnia, e due componenti della spedizione, i quali dovranno aspettare con lui la sua morte per dargli degna sepoltura. Ma lo spietato John Fitzgerald/Tom Hardy non avrà scrupoli ad abbandonare Glass e dopo aver tentato di ucciderlo, colpisce a morte il figlio: lasciato agonizzante, Glass non si arrende alla morte e il film racconta, di fatto, il suo disperato tentativo di tornare alla base e ritrovare l’uomo che ha ucciso suo figlio (questa vicenda è stata già raccontata nel 1971 con il film Uomo bianco va col tuo Dio, di Richard C. Serafin). Il film si avvale di una location formidabile, le montagne e le foreste del Canada e della Terra del Fuoco, la cui meraviglia ci viene restituita dalle generose panoramiche e dai totali, nonché dal magistrale uso che fa della fotografia Emmanuel Lubezki, vincitore – scontato, forse – dell’Oscar per la fotografia. E di fatto, il rapporto con la natura rappresenta uno dei nodi centrali del film: Revenant racconta la storia di uomini e della loro volontà di sottomettere e dominare la forza della natura, della violenza con la quale conquistano la terra distruggendo i popoli che la abitano, nel tentativo di condurre lo spettatore ad una riflessione sulla necessità di ripensare, oggi, il nostro rapporto con il pianeta. Un film profondamente politico dunque, almeno nelle intenzioni. Perché ciò che invece emerge è un film che, troppo spesso, si abbandona a stereotipi datati, quali quello dell’uomo bianco portatore di civiltà attraverso le armi, dell’eroe e del pellerossa fissato in un immaginario a-storico tra sauvage e rimedi medicinali magici, tra violenza e seraficità. Il film dunque, seppur in un tentativo di rappresentare in maniera realistica l’Ovest americano, finisce per appropriarsi di quelle categorie del pittoresco proprie dei buon vecchi film Western. Il risultato è un ibrido, che non convince. E dopo due ore e mezza di grugniti, gemiti, camminate nella neve e lotte con gli indiani, la sensazione che si ha è che Revenant sia un film ridondante, prolisso, lontano anni luce dal magnifico lavoro che è stato Birdman.

Protagonista del film è Leonardo di Caprio, nell’accezione piena del termine: non solo vince la statuetta come migliore attore protagonista, ma la sensazione che si ha nel vedere Revenant è che il film ruoti intorno alla capacità di sopportazione di Leo, disposto a tutto pur di vincere l’ambito premio. E quindi ecco la bronchite causata dall’esposizione a temperature polari durante le quali ha rischiato addirittura l’ipotermia, le scene girate con la febbre alta per rendere maggiormente credibili la sofferenza di Glass, la scena in cui mangia vero fegato crudo di bisonte. Di Caprio è un attore brillante, poliedrico, che avrebbe meritato l’Oscar già da tempo: tuttavia, si ha come l’impressione che questa premiazione sia una sorta di “risarcimento” per le sofferenze che ha sopportato, piuttosto che per la sue grandi capacità di attore – che, diciamoci la verità, in Revenant si vedono ben poco.
Il premio per il miglior film è andato a Spotlight, del regista Tom McCarthy, vincitore anche della statuetta per la miglior sceneggiatura originale. Il film racconta l’inchiesta del Boston Globe sui casi di pedofilia avvenuti in alcune – molte – chiese di Boston, tenute nascoste dalle alte sfere del clero fino al 2002, quando la pubblicazione dell’inchiesta ha portato alla luce un sistema di violenze e di omertà che ha scosso la Chiesa Cattolica. Spotlight è un film bello, pulito, compatto: non si sbilancia in virtuosismi, né spettacolarizzazioni di sorta, ma, piuttosto, sembra spesso un resoconto attento e dettagliato – e mai noioso – dei dati. Questo forse è ciò di cui può essere accusato il film, l’incapacità cioè di andare a fondo, di scavare e dare maggiore voce alle vittime degli abusi. Spotlight, che vuol dire puntare il riflettore, mettere in risalto qualcosa portandolo alla luce, è un team, è la squadra di giornalisti che al Boston Globe si occupa di giornalismo di inchiesta e, di fatto, il film non si spinge oltre la genesi e l’evoluzione dell’indagine. Non si addentra, cioè, nel profondo, accennando appena al dramma delle vittime. Proprio per questa “mancanza di coraggio”, la critica pone il confronto, per il tema trattato, con il più diretto e disturbante El Club, di Pablo Larraìn, vincitore dell’Orso d’argento e Berlino 2016; tuttavia noi continuiamo a pensare che Spotlight sia un ottimo film, il cui valore aggiunto è sicuramente dato da un livello attoriale altissimo, con un Mark Ruffalo che avrebbe certamente meritato di vincere il premio come miglior attore non protagonista.

Una premiazione sottotono, dunque, dagli esiti prevedibili, e che ci lasciano insoddisfatti. Va fatto però ancora qualche breve commento: sebbene chi scrive avrebbe voluto vedere premiata Charlotte Rampling, Brie Larson merita pienamente l’Oscar come migliore attrice protagonista per Room, film profondo e potente che avrebbe meritato qualche riconoscimento in più – e diciamocelo la recitazione del piccolo Jacob Tremblay è disarmante. Così come avrebbe meritato l’oscar per la migliore sceneggiatura originale Ex Machina, che però porta invece a casa, inaspettatamente, il premio per i migliori effetti speciali. Anomalisa, del geniale Charlie Kaufman avrebbe dovuto vincere il premio come miglior film d’animazione, assegnato invece a Inside Out, una scelta banale e che ci ricorda, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanto la risonanza mediatica possa influire sulla premiazione.

Ci sarebbe ancora molto da dire ma, convinti di esserci già dilungati abbastanza, preferiamo fermarci qui, in attesa di nuovi film e, si spera, di qualche capolavoro in più.

Simona Arillotta

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