LA COMUNICAZIONE DIGITALE FRA PRESENTE E FUTURO. Il parere di una professionista

Nell’ambito del workshop di Media Analysis, ho avuto modo di scambiare delle riflessioni con la dott.ssa Alessia Morichi, social media manager ed esperta di comunicazione digitale.

Quando mi ritrovo a parlare con persone che lavorano nei settori ad alto sviluppo tecnologico la curiosità mi spinge sempre a chieder loro, da addetti ai lavori, come immaginano il futuro. Ma si sa, le profezie tendenzialmente vengono fatte per essere smentite, e per questo la dott.sa se ne tiene prudentemente alla larga, sottolineando che ad esempio, mamma televisione, data più volte per spacciata, è ancora lì a coccolare gran parte delle giornate degli italiani. Piuttosto, volendo fare i futurologi, è convinta del fatto che “in molte attività le macchine ci sostituiranno”, specie nell’internet delle cose. Ma non per ciò che riguarda la comunicazione, dove l’evoluzione tecnologica si muoverà probabilmente in modo più lento e le macchine finiranno per rimpiazzare gli uomini solo a livello di contenuti standardizzati e privi di contributo creativo.

Una cosa è certa ed ormai, oltre a sentirlo dire, iniziamo davvero a percepirlo personalmente: l’avvento del digitale ha rappresentato davvero una rivoluzione senza precedenti. Un’altra cosa tipica delle conversazioni con gli esperti del digitale e delle nuove tecnologie, è che nel giro di cinque minuti le mie reminiscenze nostalgiche di un mondo un po’ meno complesso vengono letteralmente soppiantate dall’energia positiva di chi giudica la rivoluzione digitale in termini decisamente ottimistici. Anche secondo la dottoressa Morichi, infatti:

Una buona parte delle aziende ha beneficiato della rivoluzione digitale, intraprendendo una sorta di evoluzione, più che una rivoluzione. Nei casi in cui le aziende hanno saputo adattarsi e migliorarsi, infatti, hanno anche avuto la possibilità di allargare il loro business e la loro audience.

Effettivamente gli esempi, in questo senso, sono ormai vere e proprie case history, dalla logistica di Amazon alla sharing economy di Blablacar ed Air Bnb. Chiaramente è una medaglia che ha anche il suo lato oscuro, evidente, ad esempio, se si osservano i licenziamenti nella carta stampata a fronte dell’incremento esponenziale dell’accessibilità alle notizie garantito dal digitale. Ma, come dire, il bicchiere è pieno ben oltre la metà.

La conversazione si è poi focalizzata prettamente sui temi della comunicazione digitale. Gli operatori della comunicazione al giorno d’oggi sono consapevoli della crescente complessità del loro mestiere. Ad esempio, anche il motto “The content is the king”, generalmente condiviso, nasconde in realtà delle contraddizioni. In effetti Internet ha avuto di certo il (de)merito di aver amplificato un dato di fatto: un bel contenuto non è necessariamente un contenuto che funziona. Allora, si può dire che in questo nuovo ecosistema, strutturare e comunicare un contenuto sia più importante del contenuto stesso? Secondo la dottoressa, i percorsi che conducono alla viralità, sono in realtà ancora più complessi.

– A mio avviso gioca un ruolo chiave il comunicatore stesso. Cito gli YouTuber: un contenuto pubblicato dal creator x non avrebbe la stessa popolarità se pubblicato da un creator y. Possiamo anche scomodare il mondo della musica, dicendo che spesso alcune canzoni “originali” diventano famose grazie a delle cover, questo per sottolineare di nuovo il fatto che conta chi comunica, non solo cosa comunica. –

Se si pensa, poi, alla grande viralità acquisita da alcuni video di YouTube molto poco curati dal punto di vista visivo, ci si rende conto che non esiste alcuna ricetta magica. Comunicare al tempo del web è diventato molto più complicato. Perché le competenze degli operatori della comunicazione devono crescere andando a sconfinare in materie più tecniche, di studio e di monitoraggio del web. Ecco che la media analysis diventa uno strumento necessario.

È un incoraggiamento per noi studenti? Assolutamente sì. Secondo la dottoressa anche nella tanto vituperata arretratezza italiana stiamo compiendo passi da gigante. Le aziende iniziano a popolarsi di esperti digitali, sebbene ci si trovi ancora troppo spesso a fare i conti con dei siti non responsive o non ottimizzati, specialmente nel campo del mobile. Il monito, in questo senso è più orientato al sistema universitario italiano.

– C’è sicuramente ancora molto da fare nella preparazione accademica: occorre andare ad integrare sempre più i corsi “tradizionali” con quelli più professionalizzanti. –

E forse, qui al CIMO, possiamo considerarci fortunati.

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