Come si traduce un’opera storica senza perderne il significato e, soprattutto, senza alterare il punto di vista di chi l’ha scritta? È una delle questioni al centro dell’intervista che abbiamo realizzato con Mohamed Eltedawy, storico, archeologo e consulente interculturale egiziano, autore della traduzione in arabo di El Kamsa – Il cavallo arabo puro sangue di Carlo Guarmani.
L’intervista si è svolta a margine della presentazione del volume presso l’Istituto di Cultura Araba ACI di Milano. Con Eltedawy abbiamo ripercorso la lunga storia della traduzione e parlato del rapporto tra lingua, cultura e interpretazione di un testo storico.
UNA TRADUZIONE LUNGA PIÙ DI DIECI ANNI
Da dove nasce la sua idea di tradurre in arabo il libro del viaggiatore italiano?
“L’idea è iniziata più di tredici anni fa e si è sviluppata nel tempo, attraverso diverse fasi di lavoro. Avevo già iniziato a occuparmi della traduzione, spinto soprattutto dall’interesse per il testo e per il modo in cui raccontava il mondo arabo. Poi il progetto si è interrotto e, per un periodo, è rimasto fermo.
Successivamente sono tornato su quel lavoro, recuperando quanto avevo già fatto e riprendendo anche lo studio e la ricerca necessari per affrontare il libro. Da lì è ricominciato un percorso che, dopo molti anni, ha portato alla traduzione completa.
È stato un lavoro lungo, nato dalla passione per il testo e dalla convinzione che quest’opera meritasse di essere conosciuta anche dal pubblico arabo”.
UN LIBRO CHE CAMBIA LO SGUARDO SULLA STORIA
Ha modificato il suo modo di guardare al periodo storico raccontato?
Sì, sicuramente. Oggi abbiamo un accesso immediato alle informazioni: basta un clic per conoscere luoghi, persone e culture molto lontane da noi. Nel periodo in cui viaggiava Guarmani, invece, la situazione era completamente diversa. Molte realtà del Medio Oriente erano difficili da conoscere direttamente e per un viaggiatore europeo entrare in contatto con le comunità locali poteva non essere semplice.
Quello che mi ha colpito maggiormente è proprio il modo in cui Guarmani cercava di conoscere quel mondo attraverso l’esperienza diretta. Non si limitava a osservare dall’esterno, ma cercava di comprendere le persone, le loro abitudini e il loro modo di vivere.
Nel libro c’è una grande quantità di informazioni che permette di guardare a quel periodo storico attraverso gli occhi di chi lo ha vissuto e attraversato personalmente”.
QUANDO TRADURRE SIGNIFICA INTERPRETARE UNA CULTURA
Nel tradurre un libro storico, quanto bisogna mantenere il linguaggio originale e quanto invece è necessario renderlo comprensibile al lettore contemporaneo?
“Questa è una delle difficoltà principali della traduzione. Non basta trasferire le parole da una lingua all’altra: bisogna capire il significato che quelle parole hanno all’interno di una determinata cultura.
Durante il lavoro mi sono trovato spesso davanti a espressioni che, se tradotte letteralmente, avrebbero potuto perdere il loro vero significato. Per questo è necessario conoscere non soltanto la lingua, ma anche il contesto culturale nel quale quella lingua viene utilizzata.
Il compito del traduttore è cercare di restituire al lettore il significato dell’originale, senza allontanarsi da ciò che l’autore voleva raccontare”.
IL PUNTO DI VISTA DI GUARMANI NON SI CAMBIA
In che modo ha cercato di mantenere il punto di vista dell’autore sulla storia?
“Per me questo è un principio fondamentale: il testo appartiene a Guarmani e io, come traduttore, non posso cambiarlo. Posso avere un’opinione diversa dalla sua, posso leggere alcuni passaggi con gli occhi di oggi, ma il mio compito non è correggere il suo punto di vista. Il mio compito è portare il suo racconto a un lettore che appartiene a un’altra lingua e a un’altra cultura.
Bisogna quindi cercare di entrare nel suo modo di osservare e comprendere ciò che ha scritto nel contesto in cui lo ha scritto. Se modificassi il suo sguardo per renderlo più vicino al mio, non sarebbe più una traduzione: sarebbe un altro testo.
Ed è proprio la presenza di punti di vista diversi a rendere più ricca la conoscenza della storia e delle culture. Ogni testimonianza aggiunge qualcosa e permette di costruire una visione più ampia del passato”.
UN TESTO DELL’OTTOCENTO CHE TORNA A PARLARE AL PRESENTE
La nuova traduzione in arabo di El Kamsa – Il cavallo arabo puro sangue permette oggi di avvicinare nuovamente il pubblico arabo a un’opera nata dall’esperienza di un viaggiatore italiano che dedicò particolare attenzione al cavallo arabo e alla cultura nella quale era inserito.
Ma il lavoro di Eltedawy racconta anche qualcosa di più ampio: come la traduzione possa diventare uno strumento di dialogo tra culture, mantenendo le differenze invece di cancellarle.
È questo il filo che attraversa l’intera intervista: dalla lunga gestazione della traduzione alla difficoltà di rendere comprensibili espressioni legate a un’altra cultura, fino alla necessità di rispettare sempre la voce dell’autore.
Portare Guarmani al lettore arabo significa, prima di tutto, permettere a quella voce di essere nuovamente ascoltata.
Letizia Antoniazzi
