DA STEINBECK A NETFLIX: COMUNICARE UN CLASSICO OGGI

Il 1° ottobre East of Eden arriva su Netflix. A più di settant’anni dal romanzo di John Steinbeck, come si presenta un classico al pubblico contemporaneo dello streaming?

Trasformare La valle dell’Eden, pubblicato nel 1952, in una serie significa confrontarsi con un’opera che attraversa generazioni, famiglie e grandi temi esistenziali. Significa, però, affrontare una sfida di comunicazione: come rendere immediatamente riconoscibile una storia così complessa a un pubblico che potrebbe non aver mai letto Steinbeck? La campagna di Netflix sembra partire da una risposta precisa: darle un volto chiaro.

Il volto di cui si parla è quello di Florence Pugh (Cathy Ames nella serie). La scelta emerge già dalla sinossi ufficiale, che introduce East of Eden attraverso una «donna fieramente indipendente» capace di dividere due fratelli. Netflix descrive la serie come una rilettura della saga dei Trask che dedica una nuova attenzione alla sua «indimenticabile antieroina». Cathy diventa così una porta d’accesso privilegiata a un universo narrativo molto più ampio. Non a caso, Pugh l’ha definita «the engine in our version of this story».

La strategia non consiste soltanto nel mettere una star al centro della promozione, ma nel cambiare il punto di vista da cui viene presentato un personaggio già conosciuto. Nel romanzo è il narratore a introdurre Cathy attraverso una riflessione sui “mostri” che possono nascere da genitori umani. Il trailer recupera quelle stesse parole, ma compie uno spostamento significativo: è Cathy, con la voce di Pugh, a pronunciarle. Lo spettatore non è solo invitato a guardare il “mostro”, ma anche ad ascoltarne la voce. Netflix definisce questa versione come East of Eden raccontato dalla prospettiva del suo “mostro” più celebre.

È proprio il modo in cui viene presentata Cathy a segnare una delle differenze più interessanti rispetto all’immaginario costruito intorno al romanzo. Zoe Kazan, creatrice della serie, ha spiegato di voler rendere Cathy una persona e non soltanto un archetipo, senza inventare un personaggio nuovo ma sviluppando possibilità già presenti nel testo. Anche Pugh ha sottolineato come la serie cerchi di fornire un contesto alle sue azioni senza assolverla. La comunicazione anticipa quindi una promessa precisa: non eliminare l’ambiguità morale di Cathy, ma trasformarla nel motore attraverso cui riscoprire la storia.

Il confronto diventa ancora più interessante se si guarda alla precedente trasposizione cinematografica. Nel 1955 La valle dell’Eden di Elia Kazan fissò nell’immaginario soprattutto il volto di James Dean nei panni di Cal. Decenni dopo, la serie ideata dalla nipote Zoe Kazan sceglie invece Cathy come centro della nuova rilettura. Cambia il mezzo, dal cinema allo streaming, ma cambia anche la porta d’ingresso attraverso cui il pubblico incontra Steinbeck.

Il percorso, infine, non termina necessariamente sullo schermo. Netflix ha inaugurato proprio con East of Eden una partnership con la British Library dedicata ai libri che ispirano film e serie, accompagnata dalla raccolta Watch Your Favourite Books sulla piattaforma. L’adattamento può diventare anche uno strumento capace di riportare lo spettatore verso il prodotto culturale da cui tutto è partito.

Settant’anni dopo, La valle dell’Eden cambia ancora volto. Questa volta Netflix prova a riportare il pubblico a Steinbeck passando dallo sguardo, e soprattutto dalla voce, di Cathy Ames. Strategia riuscita o ennesimo progetto troppo pretenzioso?

Lucia Bertozzi