Cosa succede se una giovane andina riceve una radio e sogna di diventare una cantante di musica folk? Lo svela il film La hija cóndor, in concorso all’ultimo FESCAAAL, dove noi CIMERS eravamo parte della giuria.
Nel panorama della comunicazione audiovisiva contemporanea è sempre più massiccia la presenza di figure femminili che, alla ricerca della propria identità, si trovano a fare i conti con conflitti di natura etnica, sociale, intergenerazionale e culturale.
È quanto accade a Clara, la protagonista de La hija cóndor, una giovane donna nata e vissuta in uno sperduto villaggio quechua sulle montagne della Bolivia.
LA STORIA E IL DESTINO DI CLARA
Clara è cresciuta sotto la protezione di Ana, l’anziana madre adottiva e partera, ossia levatrice, che ha insegnato alla ragazza un sapere fondamentale per la loro comunità: i melodiosi canti ancestrali utilizzati per sostenere le donne durante il parto, tramandati da generazioni e considerati quasi sacri.
Clara sembra dunque avere un destino segnato: ereditare questo ruolo e diventare una figura centrale per la sopravvivenza culturale del villaggio.
Tuttavia, la sua vita è attraversata da tensioni che la smuovono sempre più nel profondo: la piccola comunità agricola è in crisi, i medici inviati dal governo mettono in discussione le pratiche tradizionali e soprattutto molti giovani sognano di trasferirsi in città alla ricerca di una vita diversa.
Allo stesso tempo, la giovane inizia a percepire anche il lato più oppressivo e patriarcale della sua comunità, le cui fondamenta si reggono su norme rigide, controllo sociale e ruoli femminili assolutamente limitanti.
LA MUSICA E LA SCELTA DELLA MODERNITÀ
E così Clara, sospesa tra l’eredità di un ruolo fondamentale per la sua comunità e il desiderio di novità, sente crescere dentro di sé il sogno di lasciare le montagne e diventare famosa, grazie alla sua voce straordinaria, come star della musica popolare.
Un giorno le viene quasi miracolosamente regalata una vecchia radio che le permette di entrare in contatto con la modernità di canzoni mai sentite prima.
Spinta dal sogno artistico e dal rifiuto delle costrizioni sociali, Clara decide di fuggire verso la città insieme a un’amica. Parallelamente, spinta dalle superstizioni a cui l’intera comunità ciecamente obbedisce, anche la madre si mette in viaggio per andare a cercare la ragazza e riportarla a casa.
Gli sforzi dell’anziana donna non sortiscono però alcun effetto immediato su Clara, che alla fine, non più divisa tra due mondi, riuscirà invece a trovare una sua rinnovata identità grazie al simbolico avvistamento di un condor in volo.
DALLE RADICI BOLIVIANE AI CONFLITTI UNIVERSALI
Presentato in prima mondiale al Toronto International Film Festival nel 2025 e ultimo lungometraggio del regista boliviano Álvaro Olmos Torrico, La hija cóndor è una favola andina contemporanea che racconta una storia profondamente radicata nella antichissima cultura quechua, ma allo stesso tempo universale e fuori dal tempo: l’eterno conflitto tra tradizione e modernità, tra identità culturale e desiderio di cambiamento, tra mondo rurale e città, tra regole patriarcali e ruolo sociale della donna.
Uno dei nomi emergenti del cinema boliviano contemporaneo, Álvaro Olmos Torrico fa parte di quella nuova generazione di autori che vogliono rinnovare il linguaggio cinematografico del paese, portando sullo schermo storie legate all’identità culturale, al territorio e ai cambiamenti sociali e raccontando la Bolivia “dall’interno”, per evitare stereotipi esterni e dare voce a prospettive locali.
Le sue storie, come La hija cóndor, che lo ha portato alla ribalta internazionale, spesso ruotano attorno a donne giovani, colte in momenti di trasformazione o di crisi identitaria, e affrontano temi universali, come l’identità, la libertà e la crescita personale, attraverso un punto di vista locale.
OLTRE LA SCELTA TRA PASSATO E FUTURO
La hija cóndor è anche un film di passaggio, più che di tragedia o di memoria: ci racconta infatti il momento in cui una cultura deve decidere se e come trasformarsi.
Rispetto a questi dilemmi, il regista tuttavia non ci propone una risposta semplice. Il suo sguardo non idealizza né condanna la tradizione e la modernità, ma ci suggerisce una terza via. In fondo, la vera sfida che Clara, con non poca sofferenza, riesce ad affrontare, e come anche a noi può essere capitato di dovere affrontare, è riuscire a trovare un equilibrio tra le proprie radici e il desiderio di un “altrove”.
