IL PERICOLO DELLE CHALLENGE MORTALI SU TIKTOK

Il termine inglese challenge è molto diffuso sul Web e sui social network. Esso denota una competizione o una sfida fra due o più partecipanti per decidere chi detiene la superiorità in termini di capacità o forza fisica. Spesso, però, queste sfide perdono la loro connotazione giocosa per sfociare nella pericolosità, mettendo a rischio l’incolumità fisica ma anche mentale di chi si “mette in gioco”. 

TikTok è nato nel 2014 in Cina e oggi gode di un successo sensazionale, dovuto probabilmente al suo spirito di gioco. Il social network cinese, infatti, rappresenta un luogo di proliferazione di challenge sempre nuove. Affinché la piattaforma continui ad essere un luogo sicuro e divertente per tutti gli utenti, TikTok ha deciso di investire su tecnologie di intelligenza artificiale e altre risorse per limitare il più possibile l’insorgere di sfide pericolose e censurare quelle già esistenti. La piattaforma ha dunque sviluppato un Centro Sicurezza, attraverso il quale, ad esempio, genitori o tutori possono abilitare il collegamento familiare e inserire la cosiddetta modalità limitata, ovvero un’opzione che impedisce la visualizzazione di contenuti non appropriati

Le challenge sono rese virali dalle milioni di visualizzazioni e di condivisioni che collezionano e sono tra i contenuti preferiti dagli utenti, soprattutto i più giovani. TikTok, infatti, è un social con un target davvero molto giovane: nonostante l’età minima sia di 16 anni, anche utenti più piccoli popolano la piattaforma. In particolare, le challenge che risultano essere più pericolose sono quelle conosciute come “sfide bufala”, ovvero sfide legate a suicidio e autolesionismo. Dietro queste sfide, si nascondono solitamente soggetti malintenzionati che spingono gli utenti – soprattutto bambini e persone facilmente condizionabili – a provare esperienze estreme e procurarsi del dolore fisico.

Tra le challenge più pericolose che sono diventate virali negli ultimi anni ricordiamo: la planking challenge, che consiste nel mettersi sdraiati sull’asfalto mentre sfrecciano le automobili; la blackout challenge, in cui gli utenti sono chiamati a provare un’esperienza di asfissia temporanea; la Coronavirus challenge, nella quale le persone devono usare la lingua per entrare in contatto con superfici poco pulite (come ad esempio servizi igienici pubblici o con corrimani dei mezzi di trasporto pubblici); la balconing challenge, che consiste nel gettarsi giù da un balcone nel tentativo di cadere direttamente in piscina; la knock out challenge, in cui gli utenti fanno uso di violenza fisica contro totali sconosciuti incrociati per strada; la skullbreaker challenge, dove due persone provocano, con uno sgambetto, la caduta all’indietro di una terza persona, che rischia così di sbattere la testa al suolo; la Benadryl challenge, che consiste nell’ingerire quante più possibili capsule di questo farmaco; e così via. La lista sarebbe ancora lunga. 

Ma quali sono le logiche che spingono un utente a intraprendere una challenge che mette a rischio la propria vita? Sicuramente alla base di determinate scelte c’è il desiderio di dimostrare a sé stessi, ma soprattutto agli altri, di essere forti, di avere una soglia del dolore alta, di essere onnipotenti. È chiaro, dunque, il bisogno di protezione dei giovanissimi che navigano su Internet, la cui tutela deve partire in prima battuta dalle famiglie e dalle scuole, che rappresentano il supporto primario. Ma non solo: maggiori controlli sono necessari anche da parte delle piattaforme stesse. Inoltre, segnalando un video, un utente o un commento, ognuno di noi può contribuire alla censura di determinati contenuti che violano le linee guida della community ed evitare che altre vittime innocenti vengano adescate e attirate dal lato oscuro del Web.

Rebecca Corcelli