BENVENUTI A VILLEFRANCHE, LA “CODA LUNGA” DI TWIN PEAKS

Il centro di un bosco è un luogo oscuro, sacrale, genera un’aura incomprensibile alla ragione… e così sono anche le nostre anime. Da Twin Peaks a Black Spot: viaggio ai confini della razionalità occidentale.

Twin Peaks è diversa, lontana dal resto del mondo, lo avrai notato […] C’è una sorta di male là fuori, qualcosa di molto strano tra questi vecchi boschi. Puoi chiamarla come vuoi, un’oscurità, una presenza. […] è qui da tempo immemorabile: sono le parole con cui lo sceriffo Truman si rivolge all’agente dell’FBI Dale Cooper.

Siamo a Twin Peaks, luogo immaginario e dell’immaginario che trent’anni fa, grazie a quel genio dell’eccesso che è David Lynch, ha definitivamente cambiato il nostro modo di guardare la televisione.

Tra la scoperta del cadavere di Laura Palmer e la possessione di Cooper da parte delle forze malvagie della Loggia Nera, Lynch e Mark Frost (l’altro creatore dell’universo di Twin Peaks) hanno squadernato, davanti agli occhi di spettatori prima spaesati e poi sempre più entusiasti col procedere della serie, un repertorio di personaggi e situazioni assolutamente nuovi per il fruitore televisivo medio degli anni ’90: l’indagine sull’assassinio di Laura Palmer, adolescente dalla doppia e tripla vita della provincia americana, è l’occasione per Lynch di creare un intreccio complesso ed enigmatico di realtà e fantasmi della psiche, di percezione e allucinazione.

Il racconto di entità “altre” che si insediano nella quotidianità incrinando la dimensione familiare della vita, la trama priva di logica razionale ma tutta protesa all’allargamento della consueta concezione del mondo: tutto questo ha fatto de I segreti di Twin Peaks un oggetto di culto e di studio ormai da un trentennio.

E se è vero che la serie ci ha insegnato, con il suo dipanarsi di intrecci di esistenze, che c’è una Twin Peaks in ogni parte del mondo, allora Villefranche, lo sperduto paese nei Vosgi in cui sono ambientate le (finora) due stagioni della serie Black spot, può legittimamente essere considerata la Twin Peaks d’Europa.

La produzione franco-belga, diretta da Mathieu Missoffe e distribuita in Italia tra 2018 e 2019 (al momento disponibile su Netflix), prova a replicare personaggi, atmosfere ed esiti “twinpeaksiani”: un paese di montagna limitato da una foresta in cui si aggira da decenni una presenza oscura, un essere in perfetta sintonia con la natura che sembra conoscere i segreti degli antichi Druidi celtici; antiche vestigia di un luogo sacro in cui si compivano misteriosi riti; un agente di polizia che indaga su numerosi omicidi oltre che sul proprio passato con metodi non proprio ortodossi; un’intera comunità che non è quello che vuole far credere di essere.

Persino la memoria dello spettatore più sprovveduto e distratto non può non correre immediatamente (e con un po’ di nostalgia) ai metodi “originali” di Cooper, ai misteri delle due Logge, al cerchio dei sicomori, a Mike e BOB, alla dimensione “altra” e trascendente che è stata la cifra distintiva di Twin Peaks. Anche a Villefranche tutti hanno i loro segreti collegati inestricabilmente alla foresta dove si consumerà un finale che, preceduto al termine della prima stagione da un colpo di scena sovrannaturale, lascerà ancora aperti molti interrogativi.

Insomma, se Black spot si pone consapevolmente come “coda lunga di Anderson” del cult degli anni ’90, va detto che gli autori hanno avuto il coraggio (o l’incoscienza) di confrontarsi con un archetipo inarrivabile cogliendone però il senso più profondo: quello di essere, come ogni serie tv, una porta su un mondo che è pronto, anche dopo i titoli di coda dell’ultima puntata, ad offrirci ancora e ancora sempre nuove scoperte.

Patrizia Celot