FACEBOOK: VERSO LA NOSTRA IMMORTALITÀ DIGITALE?

“Una mattina, mentre apro il computer e mi accingo a mettermi a lavoro, vibra lo smartphone; una notifica di Facebook che mi ricorda di fare gli auguri di buon compleanno al mio amico. Peccato che questo mio amico era morto tre mesi prima”.

Questo è l’aneddoto che Davide Sisto, tanatologo e giovane filosofo dedito agli studi su cultura digitale e morte, racconta spesso durante i suoi convegni.

La morte è sempre stata uno dei più grandi tabù dell’uomo. Di morte non si parla, è inopportuno, è difficile. Tendiamo ad eliminare la morte dal nostro quotidiano. Eppure, quando apriamo i nostri social, ci troviamo davanti al più grande cimitero esistente: si stima che Facebook abbia cinque milioni di profili di utenti deceduti. Ogni giorno muoiono trentatremila utenti, a fine secolo il numero dei profili dei deceduti sarà superiore a quelli dei vivi.

Sembra un paradosso, una contraddizione, un ossimoro: Facebook, il social network d’eccellenza, nato per creare relazioni, mettere in contatto, rivivere legami e connessioni, diventerà (e in parte già lo è) un’enorme enciclopedia dei morti.

“Enciclopedia dei morti” è esattamente il nome della raccolta di racconti dello scrittore serbo Danilo Kis che, nel lontano 1983, prima della nascita dei nostri alter ego digitali, immaginava una Biblioteca che raccoglieva migliaia di biografie di comuni ignoti passati a miglior vita. Danilo Kis è riuscito a prefigurare, attraverso la sua realtà del 1983 fatta di volumi, di carta, di scritti biografici di chi era morto, la paradossale situazione del social media della nostra contemporaneità. I volumi fisici della biblioteca di Kis si sono trasformati oggi, nell’era digitale, nelle infinite pagine personali degli utenti scomparsi di Facebook che nessuno ha mai deciso di chiudere.

Nella vita, quando affrontiamo un lutto, siamo soli con il nostro dolore: superati i momenti iniziali di cordoglio, le persone fanno fatica a consolarci e restiamo isolati. E allora i social network sopperiscono a questa mancanza, aiutano a elaborare collettivamente il lutto all’interno del web. Si pubblicano post sul profilo del morto, si commentano e si scambiano messaggi anche con persone che non si conoscono ma che sono accomunate dalla perdita dolorosa di un caro. Lo schermo ci offre presenza emotiva, consente di fare gruppo e darci sostegno reciproco, permette di ricordare la persona scomparsa. Noi possiamo continuare a leggere i post, le foto, le chat con quella persona, possiamo continuare a pubblicarne di nuovi, a scrivere nella chat e a taggare la persona scomparsa in una foto…

Facebook diventa un collegamento simbolico, romantico, un sentire che comunichiamo ugualmente. D’altronde mandare un piccolo messaggio, pubblicare un post un po’ nostalgico sul profilo della persona scomparsa non sembra così diverso dal piangere sulla tomba, dal poggiare fiori sul marmo e proferire languidi discorsi con il morto. Il nostro profilo Facebook, allorquando saremo scomparsi, diventerà una vera e propria lapide virtuale in cui i nostri amici potranno continuare a esprimere pensieri, a condividere post e a farci gli auguri di buon compleanno.  

È chiaro che la cultura digitale porta a riconsiderare il nostro rapporto con la morte e con i morti.  La nostra morte biologica non coincide mai con la morte digitale. Quando moriamo la nostra vita termina, ma quello che abbiamo condiviso sui social e sul web continua a esistere. Abbiamo raggiunto l’immortalità digitale. Moriamo, ma continuiamo a esistere nella presenza ineliminabile della nostra passata vita online.

Se la morte è un distacco fisico, noi continuiamo a mantenere un legame spirituale con il morto, tratteniamo con noi ciò che non c’è più. Già Foscolo nei “Sepolcri”, nel XIX sec., teorizzava la “corrispondenza di amorosi sensi” che continua a sussistere al di là della morte tra defunto e vivente grazie al ricordo, alla memoria, alla poesia: il web altro non è che una modernizzazione di questa teoria, il ritorno dell’aldilà nei nostri smartphone.

Patrizia Celot  

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