#DATIBENECOMUNE – GLI OPEN DATA DEL CORONAVIRUS

#datibenecomune è l’hashtag rappresentativo dell’omonima campagna che chiede “dati aperti e machine readable sull’emergenza Covid-19 per monitorare realmente la situazione e poterla gestire al meglio”. Diventata molto popolare nelle scorse settimane su Twitter, la campagna nasce da una lettera aperta al governo in cui si sottolinea l’importanza della trasparenza nella gestione della crisi che stiamo vivendo.

Legambiente, Altroconsumo, Medici Senza Frontiere sono solo alcune tra le numerose associazioni che stanno aderendo all’iniziativa, la quale conta quasi 40.000 firme. Tra i sostenitori non ci sono solo attivisti o data scientist, ma anche giornalisti del Sole 24 Ore, Il Post, Rai e Wired. Infatti, nel contesto informazionale di oggi, caratterizzato da overload e confusione, il ruolo dei comunicatori diventa essenziale per raffinare i dati, trasformandoli in informazioni chiare per il target; così da poter generare conoscenza e consapevolezza.

Un esempio? Il recente articolo de El País, che spiega tramite infografiche e animazioni la probabilità di contagio in ambienti chiusi, dimostrando come la distanza di due metri e l’uso della mascherina non garantiscano l’immunità. Grazie ai dati ottenuti dalle ricerche di un gruppo di scienziati guidati dal metodo di José Luis Jiménez, chimico atmosferico della University of Colorado, si illustra come semplici azioni, per esempio aprire le finestre o parlare a voce alta, abbiano effetti sull’aumento o la diminuzione della probabilità di contagio. Il contenuto, seppur molto tecnico, è esposto in un modo così chiaro, efficace ed interattivo che testate italiane della portata de Il Sole 24 Ore o Repubblica hanno deciso di riprodurre il pezzo traducendolo in italiano.

Per realizzare questo tipo di prodotto editoriale che strizza l’occhio al data journalism, è necessario che i dati siano disaggregati e machine readable, oltre che accessibili. Le tabelle pdf sono pensate per essere visualizzate, di conseguenza non sono funzionali all’elaborazione. Per rendere possibile il riuso dei dati bisognerebbe copiare i dati dal pdf giorno per giorno con elevatissimi costi di approvvigionamento e margine di errore. Oggi, grazie alla pressione esercitata da associazioni di attivisti, alcuni dati relativi ai contagi nelle diverse regioni e province sono disponibili su GitHub in formato csv. Tuttavia, si tratta di una piccola porzione rispetto alla mole complessiva utilizzata per prendere le decisioni che ci riguardano.

Ma perché i dati non vengono pubblicati? Innanzitutto, c’è una questione di responsabilità: per essere diffusi, i dati devono essere sistematici, affidabili, completi e aggiornati e questo non è sempre possibile a causa della difformità con cui sono acquisiti nei diversi comuni d’Italia. In secondo luogo, un problema legato alla mentalità: chi è in posizione di governance è ancora troppo vincolato ad una visione paternalistica secondo cui le decisioni devono essere calate dall’alto. Tuttavia, questo metodo genera malumori e le disposizioni rischiano di non essere comprese fino in fondo.

Nel corso della pandemia, la transizione verso una governance basata sui dati ha rappresentato una novità positiva, ma ora è necessario un ulteriore passo in avanti: bisogna aprire i dati alla comunità affinché scienziati, giornalisti, membri dell’opposizione e tutti i cittadini possano realmente partecipare al processo democratico. Se anche tu vuoi far valere il tuo diritto a conoscere dati da cui dipende la nostra vita quotidiana, il nostro lavoro, la nostra salute mentale, qui il link per firmare la lettera!

Silvia Redaelli