LA CRESCITA DELLA FEMTECH: UN’OPPORTUNITA’ O UNA MINACCIA?

Dispositivi e app dedicate al monitoraggio o miglioramento del benessere e della salute dell’individuo sono in costante aumento ed evoluzione. In particolare, da un paio d’anni, un settore specifico in questo ambito sembra essere emerso, ottenendo crescente attenzione da parte degli investitori, nonché delle sue promesse target audience: la cosiddetta “femtech”.

Il termine si riferisce alla creazione di prodotti che mirano a risolvere o facilitare la gestione di alcuni problemi di salute che toccano più da vicino le donne o che le interessano in maniera specifica. Esempi di problematiche che sono affrontate da startup già presenti sul mercato sono la salute riproduttiva, la fertilità, il diabete, la gestione del peso, la menopausa, la gravidanza, la sessualità ma anche patologie più specifiche che comportano sintomatologie più invadenti come l’endometriosi.

Molte di queste startup e, soprattutto, le prime che sono apparse dal 2011 in poi sono frutto della mente e dell’ambizione rivoluzionaria di donne, che, stanche di doversi accontentare utilizzando app pensate da e per un pubblico più prettamente maschile, hanno iniziato a formulare soluzioni che rispondano più adeguatamente alle proprie esigenze. Infatti, pur essendo le differenze fisiologiche tra uomo e donna piuttosto significative, queste si sono, fino a pochi anni fa, dovute adattare ad un healthcare digitale, la cui formulazione è solitamente basata su studi sul corpo maschile.

Oltre ad essere un mercato le cui premesse si ispirano a ideali nobili e a proporre un modello che promuove l’empowerment della donna, è anche un settore in grande crescita. Alla luce dell’apprezzamento dimostrato dalle consumatrici, Research2Guidance prevede una triplicazione dei finanziamenti in aziende femtech entro il 2025. Ciononostante, si nota come molti degli investitori e degli imprenditori che vi operano sono ancora predominantemente uomini, fatto che può avere implicazioni nello sviluppo stesso dell’architettura delle app.

E le criticità non si limitano alla composizione dell’assetto proprietario. L’assenza di confronti con parametri personalizzati che solo professionisti possono effettivamente portare a termine con accuratezza può portare chi si affida alle app a ingannarsi. Un esempio di ciò si trova nelle app che monitorano il mestruo, tra cui la più nota è la danese Clue. Essendone gli algoritmi impostati in modo tale da considerare i ventotto giorni come la normale durata del ciclo mestruale, ogni deviazione, che in moltissimi casi non è sintomo di casi che dovrebbero creare allarmismi, viene indicata come preoccupante. Particolarmente negative, inoltre, possono essere le esperienze di chi, sostituendo le app al consulto medico, le utilizza come metodo anticoncezionale alternativo.

Non meno importante sono gli aspetti che riguardano la tutela della privacy delle utenti. Negli ultimi tempi, il tema della menstrual surveillance sembra essere sempre più presente in testate e podcast che si rivolgono a pubblici femminili o al mondo tech, portando alla luce come anche in questo ambito l’opacità dei modi operandi delle piattaforme possa permettere ai proprietari di operare in maniera poco trasparente. Sembrerebbe che i dati, anche molto sensibili, che mamme e donne in generale forniscono alle app o che wearables e dispostivi in generale collezionano possano essere raccolti per poi essere utilizzati per scopi terzi o, addirittura, rivenduti.

Se, dunque, l’evoluzione della femtech è qualcosa che tutti ci possiamo auspicare in tema di uguaglianza di opportunità nel mondo del healthcare tecnologico, i punti di miglioramento sono ancora molti e meritano l’attenzione delle potenziali o già correnti fruitrici.

Giulia van den Winkel