IL BUCO: LA PRIGIONE VERTICALE CHE RISPECCHIA LA SOCIETÀ UMANA

Presentato al Toronto International Film Festival nel 2019 e vincitore di diversi premi al Festival Internazionale Sitges, approda su NetflixIl Buco”, film d’esordio del regista spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia.

La pellicola è ambientata all’interno di una prigione verticale articolata su 200 livelli dove, in maniera del tutto casuale, coppie di detenuti vengono collocati ogni mese. Questi hanno il permesso di portare con loro un unico oggetto, mentre la stanza è dotata di un solo gabinetto, un solo lavandino e due letti collocati in maniera simbolicamente opposta.

Dal piano 0, in cima all’edificio, una piattaforma imbandita con i piatti preferiti dei reclusi scende attraverso “il buco” per fermarsi ad ogni livello. I prigionieri hanno pochi minuti per nutrirsi degli avanzi di coloro che sono collocati ai piani superiori e non possono trattenere nulla di quello che si trova sulla piattaforma, pena il riscaldamento o il raffreddamento fatale della “cella”.

Unico ospite volontario della prigione è il protagonista Goreng (Ivàn Massagué), il quale, in compagnia del suo libro Don Chisciotte della Mancia, in sei mesi viene trasportato dal livello 48 al 171, dal 171 al 33, dal 33 al 202, dal 202 al 6, iniziando a scoprire una cruda verità: i livelli non sono 200, bensì molti di più. Dopo episodi di cannibalismo, di uccisioni fameliche e di violenze verbali e carnali, Goreng decide di intraprendere una rivoluzione contro il sistema, tentando di mandare un messaggio tanto semplice quanto simbolico: far arrivare un solo piatto, una panna cotta, fino all’ultimo piano, che si rivelerà essere il 333esimo. Il vero messaggio finirà invece per essere una bambina incontrata all’ultimo piano, alla quale il protagonista offrirà la panna cotta e si affiderà per portare un barlume di speranza e di salvezza fino al piano 0.

In un’atmosfera squallida e grottesca, affiora così una amara, seppur reale, raffigurazione della società capitalista e della natura umana, la quale, soprattutto di fronte a situazioni estreme, si nutre di odio, consuma più di ciò di cui necessita e brama sempre più di quello che già possiede.

In maniera tanto disturbante quanto eloquente, Galder Gaztelu-Urrutia è riuscito a confezionare un angosciante e simbolico thriller-horror dai tratti pessimistici e futuristici, tipici del regista, che trascina gli spettatori all’interno di una lotta allegorica tra istinto e ragione, tra umanità e violenza, tra istinto di sopravvivenza e autodistruzione.

Anna Rapisarda