L’ARTE – E LA BELLEZZA – DI ESSERE FRAGILI

Un romanzo che è un inno alla vita, trattata, nella sua fragilità, come bellezza, più che come limite. A guidarci, il “prof” scrittore più amato di Italia e uno dei poeti più controversi e discussi per il suo pessimismo, tanto fantomatico quanto in realtà poco conosciuto.

In un momento storico in cui l’esperienza umana ci appare così piccola, indifesa, esposta alle intemperie del mondo con scarse possibilità di intervento, un libro celebrativo di questa fragilità può apparire paradossale. Se il suddetto libro addirittura titola poi “L’arte di essere fragili”, magari sembra quasi uno scherzo. Come può la fragilità essere un’arte? Come possono la caducità e la precarietà della vita diventare stupore, meraviglia? A spiegarcelo è Alessandro D’Avenia, che nel suo quarto romanzo affronta questi argomenti affidandosi all’esperienza vissuta e alla poesia del suo autore preferito. E di questo ci dà notizia già nel sottotitolo, alquanto stupefacente, che dice così: “Come Leopardi può salvarti la vita“.

Nel testo, pubblicato da Mondadori il 31 ottobre 2016, il “prof 2.0” accompagna il lettore in un viaggio alla scoperta delle fasi della vita, nella loro complessità irriducibile. E lo fa scrivendo delle lettere a Giacomo Leopardi. Proprio lui, il poeta che al liceo viene additato come “depresso”, “pessimista”, “noioso”, e via discorrendo. La motivazione, discute D’Avenia, è la scarsa conoscenza che si ha quest’uomo. E senza conoscere non si può comprendere.

Dall’adolescenza alla morte, ogni fase è descritta come un’arte, da vivere in profondità per passare a quella successiva. Ed è una cosa che molti oggi non sanno fare, presi dalla frenesia, dal cercare di riempire la vita come fosse un contenitore in cui però ogni cosa sta solo allo strato superficiale. Ma per scoprire la bellezza è necessario immergersi, fare un tuffo profondo nell’amore, nell’amicizia, nel dolore, nel disincanto.

Leopardi lo sapeva bene, e da sapiente artista quale era dipingeva con le parole tutti quei tratti che sono insiti nella natura dell’uomo. È vero, non faceva sconti, non era clemente, come la vita non lo fu con lui. Gli amori non ricambiati, un affetto genitoriale tanto bramato e mai arrivato, una salute fisica in costante decadimento che lo portò alla morte a soli 38 anni. Per di più, un desiderio di scoprire e di vedere il mondo nelle sue mille sfaccettature negato da un padre estremamente severo e da un profondo disturbo agli occhi.

Eppure, nonostante ciò, il poeta di Recanati ci ha regalato delle liriche che riescono a toccare il cuore, come hanno fatto con quello dell’insegnante palermitano, che cerca di trasmettere ai suoi studenti l’amore per Leopardi e per la vita. Quegli studenti che si ritrovano nei continui riferimenti che D’Avenia riporta nel romanzo, che gli danno linfa non solo per scrivere ma per continuare a interrogarsi su come aiutare, anche attraverso la letteratura, generazioni che pongono milioni di domande spesso banalizzate o ignorate dagli adulti.

L’uomo non sarà mai completo, la sua sete di infinito non verrà mai appagata, ma al di là della siepe c’è un’immensità che aspetta solo di essere esplorata.

Chiara Anastasi