NOI, DOPPELGÄNGER DI NOI STESSI

Dopo Scappa – Get Out (2017), nel 2019 è tornato al cinema Jordan Peele, uno dei più interessanti cineasti degli ultimi anni, che con il suo Noi (Us), un ottimo horror a sfondo sociale, genere di cui senza dubbio avevamo nostalgia, ha stregato le sale di tutto il mondo.

Siamo a un luna park. La piccola Adelaide Wilson (Madison Curry) si allontana dalla supervisione del padre, distratto da una delle attrazioni, e si perde in una casa degli specchi, trovando dietro di sé, a un certo punto, una bambina identica a lei. Anni dopo, ormai cresciuta e divenuta madre per due volte, Adelaide (Lupita Nyong’o) si reca in vacanza con la famiglia a Santa Cruz. Quando il marito Gabe (Winston Duke) propone di andare in spiaggia, la donna si oppone: in tale luogo, infatti, avvenne il bizzarro incontro di cui ho parlato. Vinta la paura, tutti e quattro decidono di recarsi al mare, ma la sera, tornati a casa, una famiglia armata di forbici irrompe in casa loro. Si tratta dei loro doppelgänger, che si autodefiniscono le loro ombre.

Il tema del doppio fa da padrone all’interno del film: ogni cittadino americano ha un proprio “gemello” cattivo; ogni attore è, quindi, chiamato a interpretare un doppio ruolo. Protagonista del film è una famiglia composta da una coppia di genitori e una di figli, oltre alla famiglia amica della prima composta da due genitori e due figlie. L’arma che ogni copia umana utilizza per uccidere è un paio di forbici; sconfinando (senza esagerare per evitare anticipazioni) nell’ambito politico, abbiamo la dicotomia ricchi e poveri.

Alcune delle scene iniziali del film sono importanti per comprenderne il significato, a mano a mano che si viene a conoscenza di tutti i dettagli: le frasi di apertura che fanno riferimento a linee metropolitane e ferroviarie sotterranee inutilizzate, un servizio giornalistico televisivo sull’evento pubblico Hands Across America (che data le vicende della piccola Adelaide a fine maggio 1986) e lo sfondo dei titoli di testa, costituito da una carrellata all’indietro che riprende numerosi conigli, ciascuno rinchiuso in una gabbia.

Il punto di forza del film è dato, però, da Jordan Peele stesso: egli nasce come comico, ma sul grande schermo ha portato solo horror, dimostrandosi, perciò, un artista poliedrico. Funziona bene la messa in scena delle atmosfere suggestive e inquietanti, pensiamo alla ripresa della famiglia dei quattro doppi malvagi immobile nell’ombra o ai primi piani di Lupita Nyong’o, i cui bianchi occhi spalancati in contrasto con la pelle scura suscitano brividi a qualsiasi spettatore, ma la tensione è anche egregiamente stemperata da un sapiente uso dell’umorismo, che non assume il tono della parodia e non è mai fuori luogo.

Numerose, inoltre, sono le citazioni a film di impegno sociale, da Metropolis (1927) a La notte dei morti viventi (1968), Zombi (1978) e La città verrà distrutta all’alba (1973), che sicuramente contribuiscono al clima teso ma anche socialmente impegnato dell’opera di Peele. 

Noi è sin dal titolo un film fortemente satirico (le due lettere del titolo americano, Us, rimandano chiaramente agli Stati Uniti) e molto marxista, ma è, prima di tutto, un film sincero: Peele sta cercando di comunicare con una società che è ancora troppo impegnata a erigere muri e recidere i legami.

Riccardo Sciannimanico