GREENER GRASS – L’ERBA DEL VICINO È SEMPRE PIÙ BUO… VERDE

Di recente sulla mia home di YouTube è apparsa un’anteprima ritraente quattro volti intenti a guardare poco sotto l’obiettivo della macchina da presa: è il trailer di un film chiamato Greener Grass. Pensando fosse l’ennesima commedia romantica americana, con un po’ di pregiudizio, decido comunque di prestare attenzione al contenuto. Dopo pochi secondi ho capito che mi stavo sbagliando di grosso.

Nel trailer, che tuttavia sconsiglio perché contiene spoiler a mio avviso significativi, appare una citazione di ‘Indiewire’: “è come se Wes Anderson girasse una puntata di Black Mirror o David Lynch dirigesse improvvisamente un episodio di Desperate Housewives”. Questo, cari lettori, è Greener Grass.

Scritto, diretto e interpretato da Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe, rispettivamente Jill e Lisa, Greener Grass è un film che esula da qualsiasi tipo di catalogazione. La fonte principale della pellicola è riconducibile al cinema del regista indipendente John Waters, tanto per l’estetica (ormai definibile vintage) quanto per alcuni personaggi e scene trash inseriti nella narrazione, ma qui ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso.

La trama in realtà è molto semplice, anche perché non particolarmente importante: in 96 minuti vengono raccontate le vicende delle famiglie di Jill e Lisa, due madri di famiglia e vicine di casa che si contendono il primato dell’“erba più verde”, come appunto suggerisce il titolo. Jill è una donna molto ingenua, e non a caso la maggior parte delle situazioni trash vede lei come protagonista, mentre Lisa è estremamente furba.

Pur non anticipando nulla sullo sviluppo e sulle scelte narrative più assurde presenti nel film, mi preme evidenziarne alcune peculiarità. Tutti i membri del vicinato in cui è ambientato il film, adulti compresi, indossano l’apparecchio ortodontico, simbolo della cura estetica, perfettamente calzante sia con l’intento perfezionistico dei personaggi per apparire i migliori del quartiere, sia con l’infantilismo di fondo di cui la loro indole è pregna. 

L’utilizzo della colonna sonora è funzionale al timbro assunto dal film: da una musichetta che ricorda un qualsiasi programma per famiglie degli anni Ottanta si passa a un tema ossessivo e inquietante – con primissimi piani e cambi di espressione dei personaggi – che spesso irrompe in maniera improvvisa. Emblematici in questa sezione sono i titoli di testa, vintage e gialli, che scorrono sopra al dettaglio del sorriso nervoso (con camera fissa, non un fermo immagine) di Jill accompagnati da un tema per nulla rassicurante.

Ultimo elemento degno di nota è la presenza di un personaggio in soggettiva (apparentemente extradiegetico) che schernisce i comportamenti di Jill. L’espediente è ben congegnato e genera tensione, tuttavia è poco sviluppato, perciò esso costituisce la parte più debole della sceneggiatura (per quanto le premesse fossero ottime). 

Alcuni ameranno l’apparente frivolezza del film, che sottende in realtà un poderoso studio sociologico dei comportamenti delle famiglie americane appartenenti alla classe borghese, mentre  altri, al contrario la odieranno; tuttavia, una cosa è certa: non ve lo dimenticherete mai.

Riccardo Sciannimanico