INTROSPEZIONE E RIFLESSIONE CON CESARE VIEL – PIU’ NESSUNO DA NESSUNA PARTE

Al PAC la mostra di Cesare Viel “Più nessuno da nessuna parte” ha lasciato tutti senza fiato, compresa la sottoscritta, che non avrebbe mai pensato di appassionarsi tanto. Storia, fantasia, emozioni, ricordi e cultura, tutto all’interno di un unico edificio, che ha ospitato le opere di un artista davvero sorprendente.

Cesare Viel, infatti, è una delle poche figure italiane che ha iniziato a produrre opere performative e che ben presto si sono trasformate nel cuore della sua attività; questa modalità di rappresentazione rende la mostra veramente interessante perché unisce l’aspetto visivo, verbale e pratico in un unico percorso, che viene intrapreso con leggerezza e curiosità da chiunque si imbatta nei capolavori di Viel.

Più nessuno da nessuna parte” non è una mostra di documentazione, non sono presenti video e non sono esposte semplici fotografie o dipinti ma vere e proprie installazioni ambientali, e forse è proprio questo che la rende tanto affascinante e capace di trasportare nelle diverse situazioni rappresentate.

10 spazi dedicati ognuno a un’opera differente, scelte tra quelle degli ultimi 30 anni della sua carriera di artista; la sede ospitante non è un semplice spazio espositivo ma, come viene descritta anche dai curatori della mostra stessa, è elemento partecipativo e di interazione con i lavori inediti, un luogo che interagisce attivamente con essi e offre al pubblico punti di vista differenti. L’ambiente è caldo e accogliente e non appena vi si accede ci si sente subito a casa e parte integrante del luogo, iniziando così una totale immersione in quello che è il mondo dell’artista.

Non a caso, nella prima sala ci si imbatte immediatamente nell’opera Lost in meditation, che mi ha fatto subito pensare alla natura, alle gite fuori porta di quando si è bambini e ai pensieri dell’infanzia. Rappresenta il suo passato, la sua adolescenza vissuta nella casa di campagna dei nonni; una gigantesca balla di fieno sulla quale adagiarsi e rifugiarsi. La fisicità dell’opera la rende ancora più reale, la componente olfattiva dona vitalità e il colore azzurro delle pareti che la circondano rende l’ambiente quasi onirico, rimandando il visitatore a una dimensione sospesa. Si percepisce il desiderio di perdersi nella creatività e nella meditazione solitaria. Viene voglia di salire le scale e tuffarvisi dentro! Questa voglia non è venuta solo a me: infatti, ogni domenica pomeriggio, gli studenti dell’Accademia di Brera hanno riattivato la performance che l’artista fece alla sua inaugurazione. 

Una seconda opera per la quale penso sia importante spendere qualche parola è “Infinita ricomposizione”. Si trova nella seconda sala ed è molto interessante perché si può dire essere la chiave di lettura dell’intera raccolta di lavori dell’artista; si tratta di una performance in cui ripetutamente si posizionano e riposizionano sul pavimento feltri colorati, le cui forme sono porzioni di sfondo di opere di Matisse, considerato da Viel come una “macchina concettuale”. I feltri sono parte della nostra mente che è in continua modifica (concetto che affascina da sempre) e lo spostamento di questi e il loro riposizionamento indica la nostra mutevolezza, la nostra identità sempre in divenire.

Quello che colpisce di questa mostra è il suo essere completa. Cesare Viel ci mostra sé stesso, rappresentando non solo le sue emozioni (come può essere con “Lost in Meditation”) ma anche la sua cultura. Passeggiando tra le opere ho infatti scoperto che è un amante di Emily Dickinson, alla quale ha rivolto uno dei suoi lavori, “Accendere una lampada e poi sparire”, una lettera di risposta alla poetessa.Il suo pensiero affiora con chiarezza nell’opera “Due diari contemporanei”, realizzata partendo dallo studio di fotografie che immortalavano avvenimenti importanti come la cattura di Saddam Hussein, fino ad arrivare alla tragedia del teatro Dubrovka. 

Una mostra interessante, ricca di spunti e creata per dar vita ad emozioni forti.

Instagram: @pacmilano

Alessandra Sala