THE SPY – LA STORIA VERA DI UN ISRAELIANO IN SIRIA

Aspettando l’ottava stagione di Homeland, la pluripremiata serie di spionaggio, in queste settimane ci si imbatte su Netflix in un altro thriller sui servizi segreti di Gideon Raff, tragico e adrenalinico: The Spy, la miniserie che vede il primo ruolo drammatico di Sacha Baron Cohen (conosciuto per Borat Il dittatore).  

The Spy racconta in sei episodi la storia, vera e tutta mediorientale, di Eli Cohen, ebreo di origini siriane, fuggito prima dall’Egitto antisionista, poi rifugiatosi a Tel Aviv e qui costretto – sembrerebbe – a condurre una precaria esistenza da contabile. Nel suo cuore però, oltre a voler garantire uno stile di vita più dignitoso alla moglie Nadia, rimbomba il desiderio di entrare nel Mossad, per vendicare una Israele che, negli anni Sessanta, è sotto attacco dal mondo arabo. 

Dopo un flashforward che fa mal sperare sulla sorte del protagonista e una partenza un po’ a rilento, volta a descrivere il contesto sociale del giovane Stato ebraico – tra un kibbutz bersaglio di bombardamenti e una moderna Tel Aviv fatta di uffici ministeriali – la storia prende una piega ben precisa. Nonostante i timori del capo dei servizi segreti Dan Peleg (Noah Emmerich), la determinazione e l’intelligenza dimostrata durante l’addestramento proiettano Eli prima a Monaco, poi a Buenos Aires e – dopo aver creato una rete di legami con l’amministrazione siriana – a Damasco, la sede del nemico. 

Eli, tra la necessità di comunicare segretamente con gli israeliani e l’organizzare feste per i ricchi funzionari militari locali, comincia a sviluppare una crisi d’identità. È costretto a mentire sul proprio lavoro e a rinunciare alla dolce abitudine di scambiarsi lettere con la moglie Nadia (bloccata a Tel Aviv in una depressione che sembra trovare sollievo soltanto dalla frequentazione con Dan). 

La vita di Cohen è facilmente reperibile online, ma The Spy regala ugualmente profondi momenti di suspense, oltre che uno sguardo inedito sulla vita di due Paesi ancora oggi al centro di tensioni. In Siria, in quegli anni attraversata da un colpo di Stato e ora di nuovo teatro di conflitti, Eli può fingersi paradossalmente un libero e ricco imprenditore, dedito alla vita notturna dell’affascinante capitale araba. Nelle settimane in cui ritorna nella più prospera Israele, invece, deve convivere – nel peccato della menzogna – con la propria famiglia, in un appartamento senza televisore e con il telefono in comune con altri inquilini. Un contrasto evidente, simbolo di come bene e male, ricchezza e povertà siano, ancora una volta, entità relative. 

Sebbene non al livello dei suoi cugini più prossimi (The Americans Homeland, ma anche The Night Manager) e con qualche problema di sceneggiatura – che vede alcune trame lasciate un po’ in sospeso – The Spy rimane un prodotto da vedere. Se non altro per ammirare la bravura di Sacha Baron Cohen, che rende marginali la discutibile fotografia (desaturata e tendente al bianco e nero) e un cast non sempre convincente. La miniserie – di produzione statunitense, ma con molti attori e lo stesso showrunner di nazionalità israeliana – si inserisce inoltre in un filone di political drama molto in voga nella terra ebraica, in grado di generare interessanti serie tv straniere, come False FlagFauda Prisoners of War, assolutamente da testare. 

La nota finale è per la colonna sonora: tra balli in ambasciata e party negli appartamenti della “Damasco bene” è possibile sentire risuonare chicche italiane d’altri tempi come Chella ‘lla di Renato Carosone o Non son degno di te di Gianni Morandi, perfette nel ricreare l’atmosfera.

Nicola Crippa