QUANDO I “BUONI” DIVENTANO “CATTIVI”: HOW TO GET AWAY WITH MURDER

Immaginate di assistere a un delitto; immaginate di vedere dispiegarsi i sospettati e scoprire, infine, cosa ha portato a tale crimine. Immaginate di sperare che l’omicida la faccia franca. Tutto questo è How to get away with murder.

Agli appassionati di serie tv certamente non sarà sfuggito questo gioiellino made in USA, un legal drama nato dall’ormai celebre penna di Shonda Rhimes e sviluppato da Peter Nowalk, altro produttore della serie tv cult Grey’s Anatomy. Conosciuta in Italia come Le regole del delitto perfetto, questa serie dal retrogusto thriller e drammatico è arrivata alla sesta e ultima stagione, trasmessa in prima visione negli Stati Uniti proprio in questi mesi. 

Protagonista indiscussa delle fitte sottotrame che si aggrovigliano fin dall’episodio pilota è Annalise Keating (Viola Davis), avvocato di successo e docente affermata presso l’autorevole Middleton University di Philadelphia. Tra tutte le entusiaste matricole del suo corso di legge, Annalise sceglie i cinque migliori studenti da assumere come intern nel suo prestigioso studio legale: Wes, Laurel, Asher, Michaela e Connor, che ingaggiano una competizione spudorata e senza alcun freno morale per accaparrarsi il caso più ambito. Tutto precipita, tuttavia, quando la notte del falò d’inverno si ritrovano invischiati in un omicidio: nella smania di occultare il proprio ruolo nel crimine, tutti i personaggi sprofondano in una palude di menzogne e sotterfugi che contagia sempre più persone, dando vita a un circolo vizioso che culmina in altre morti. 

How to get away with murder si caratterizza per un’ambivalenza e un’ambiguità morale che si riflettono in storylines, sceneggiatura e personaggi: una costante delle sei stagioni è l’alternanza tra flashback e narrazione in media res, grazie a cui lo spettatore viene continuamente trasportato avanti e indietro lungo i binari di una trama sapientemente costruita. Niente è come sembra, nessuno è pienamente innocente o colpevole, e ogni certezza acquisita si accartoccia davanti al cliffhanger con cui termina ogni episodio: chi è morto? Chi lo ha ucciso? Perché? 

Non meno torbido e privo di contraddizioni è il personaggio di Annalise, che dietro la facciata di donna cinica e affascinante cela un violento istinto autodistruttivo e la sua terribile dipendenza dall’alcol: Viola Davis – vincitrice di un Emmy Award per la sua performance nella serie – ha descritto il suo personaggio come “tossico per le persone”, una donna che “distrugge tutto ciò che trova sul proprio cammino”. Non è un caso, dunque, che tutti coloro che gravitano nella sua irresistibile orbita finiscano con il marcire con i propri segreti.

Traumi, violenza e moralità – o forse proprio l’assenza di moralità – sono temi rispetto ai quali How to get away with murder trasmette messaggi forti, ma il suo lascito più evidente è il ribaltamento della concezione comune di “assassino”: ciò che viene ritratto con inquietante realisticità è il fatto che chiunque, in una data situazione, sarebbe capace di uccidere. La distinzione tra giusto e sbagliato, morale e immorale, e soprattutto tra buoni e cattivi non è mai stata così labile come in questa spettacolare serie tv.

Paola Galbusera