“PRINCESS: CINEMA, MODA, DISABILITA’ E UNO STAGE CON DESTINAZIONE… CALIFORNIA!

Quando ho varcato per la prima volta la soglia dello studio di Kinedimorae, non ero neppure conscia del fatto che la chiacchierata che di lì a poco avrei fatto con Claudia e Michele (i miei tuttora capi), sarebbe stata un vero e proprio colloquio d’accesso a uno stage come junior producer.

Arrivata da pochi mesi a Milano, appena laureata e tutta impegnata a barcamenarmi tra le lezioni all’università, avevo partorito la “geniale” idea di aggiungere alla mia agenda anche un piccolo lavoro, per imparare più che altro, in quello che cominciavo allora a riconoscere chiaramente come l’ambito dei miei sogni: la produzione cinematografica.

Non ero in cerca di un impiego, né di uno stage a dire il vero – quello curricolare del secondo anno sembrava lontanissimo – semplicemente desideravo uscire dalla seppur meravigliosa aura esclusivamente teorica di una laurea in Lettere. Iniziare a mettere in pratica le cose imparate durante un anno di corso di produzione e, possibilmente, farlo all’interno di una realtà piccola e familiare (dove non essere solamente una porta caffè), fertile, creativa e che coniugasse le mie due più grandi passioni: il cinema e la moda.

La dedizione e l’intraprendenza unite a un colpo di fortuna (Claudia, fondatrice edexecutive producer, proprio in quel momento cercava qualcuno che la affiancasse) hanno fatto sì che ci trovassimo. Mai, però, avrei immaginato che quella collaborazione mi avrebbe permesso di prendere parte a un progetto emozionante, unico, urgente e meraviglioso come “Princess”.

Da sempre attratta dal potere sociale e politico delle immagini di moda, mi ero avvicinata a Kinedimorae proprio per il loro recente successo nell’ambito dei fashion film, ma senza sapere che il progetto in sviluppo di quei mesi fosse proprio incentrato su un tema scottante come quello della disabilità nel mondo della moda.

Princess – Diversity in Fashion” è nato da un laboratorio di formazione audiovisiva tenuto all’interno di una terza classe liceale del CFP Canossa di Milano per ragazzi affetti da diversi tipi di disabilità. E’ tra le mura della scuola che una piccola ma promettente stella ha iniziato a brillare, quella di Madalina, la diciottenne con sindrome di down protagonista del cortometraggio, che – per la prima volta sullo schermo – ha lavorato fianco a fianco con attrici e performer internazionali, grazie alla partecipazione di un team esclusivo, composto da artisti e professionisti di fama mondiale (la make-up artist israeliana divisa tra Berlino, Londra e Los Angeles, Einat Dan; la hair&wig designer Elisabetta Flotta, reduce da “Il signor diavolo” di Pupi Avati; Marco Sirignano e Paola Daverio, rispettivamente DOP e costume designer Mediaset).

Sebbene avere la possibilità di affrontare il primo set professionale, con 4 giorni di riprese, 3 diverse location (tra queste un’incredibile villa del XVI secolo, delle grotte, e la vera redazione di Marie Claire Italia, con tanto di cameo della sua direttrice e di articolo dedicato sul numero di Agosto), 65 persone tra cast e troupe, 12 elettrizzati ma spaesati ragazzi disabili da far cantare e ballare, sia stata un’emozione travolgente e ineguagliabile, mai e poi mai avrei detto che tre mesi dopo avrei camminato sul red carpet della sua anteprima assoluta al La Jolla International Fashion Film Festival, in California.

Fitting di abiti e gioielli donati dagli stilisti sponsor del film, un viaggio fino a Los Angeles in compagnia dei miei giovanissimi capi, una passeggiata sull’Hollywood Boulevard, una visita alle famose foche del La Jolla Cove, un bagno nell’oceano e una passerella sul tappeto rosso con relative interviste in inglese, erano tutte cose che non avevo preso in considerazione quando ho compilato la domanda di stage per incassare quei famosi 10 cfu. Ma quella non conta. C’era anche scritto che lo stage si sarebbe concluso il 28 Giugno e invece Kinedimorae è ancora la mia casa-lontano-da-casa.

Al di là dello sfavillio e degli spettacolari benefit che non si sperano di ricavare dalla parentesi lavorativa che l’università ci spinge ad affrontare, la fortuna che sento di avere è indescrivibile.

La prima volta che ho visto “Princess” ho pianto, ho pianto la seconda quando in super segreto (scusa Claudia!) l’ho fatto vedere ai miei migliori amici in una delle nostre serate cinema a Milano, e ho pianto di nuovo davanti a credo migliaia di persone quando l’ho visto sul grande schermo negli Stati Uniti.

Da tutto questo turbinio di emozioni, “Princess” è uscito vincitore, di un premio Best Set Design a Eugenia Tartarelli, Best Actress a Jo Price, Best Original Score a Luca Balboni e, soprattutto, del premio Best Message per il miglior significato trasmesso: attraverso un’atmosfera onirico-fiabesca e le suggestioni, gli eccessi e i luccichii del fashion film, “Princess” ci spinge a interrogarci sulla percezione e sulla bellezza del diverso da parte di chi la diversità la vive e la incarna ogni giorno, in un contesto contemporaneo che sembra aver fatto della stranezza e dell’originalità qualcosa di sempre più glamour, ricercato e desiderabile.

Marta Braga

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