FORTNITE E COLTIVATORI D’ORO: il business dei videogiochi accomuna tutti

“Giocavo troppo con i videogames e mi sentivo sempre in colpa. È un totale spreco di tempo e la sera, dopo aver giocato per otto ore di fila, non ero affatto contento di me stesso. Mi sentivo esausto, usato”. Queste le parole dell’attore John C. Reilly, ma chissà se i milioni di giocatori che trascorrono ore e ore su Fortnite, nell’intento di salvare il mondo o sfidandosi a vicenda, la pensano allo stesso modo. Dire con certezza e precisione quante sono le persone che giocano a questo videogioco è piuttosto difficile, perché Fortnite è presente su piattaforme (PC, Xbox One, PS4 o versione mobile) che non permettono di vedere quanti utenti sono collegati.

Una cosa però è certa: i giocatori di Fortnite, così come il suo successo, crescono in maniera esponenziale. L’industria del videogioco è, al giorno d’oggi, un business quasi miliardario e nessuno può più negarlo o fare finta di niente; anche coloro che lo ritenevano un passatempo adatto solo ai più piccini, hanno dovuto ricredersi. Anzi, sono sempre di più le persone che ritengono i videogiochi pericolosi e poco educativi per bambini e adolescenti, dal momento che potrebbero sviluppare il gaming disorder, cioè la dipendenza da videogiochi. Stando a quanto riporta l’Oms – l’Organizzazione Mondiale della Sanità – un individuo affetto da tale patologia risulta essere talmente assuefatto dai videogiochi da compromettere significativamente la sua vita sotto ogni aspetto, sia esso sociale, lavorativo o affettivo.

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I videogiochi non sono un pericolo solo per bambini e adolescenti, ma possono rivelarsi un problema anche per gli adulti. Lo sanno bene i dipendenti della Epic Games, l’azienda che ha lanciato Fortnite, che per mesi e mesi hanno dovuto lavorare sodo e in un clima di tensione, al fine di mantenere sempre alta la redditività del gioco. Alcuni dipendenti hanno affermato che lavorare settanta ore a settimana era diventato routine, mentre alcuni passavano in azienda anche fino a cento ore, facendo quindi tantissime ore di straordinario.

Un altro fenomeno – tanto ambiguo quanto pericoloso – che si è sviluppato con il successo dei videogiochi è quello del Gold Farming, diffuso soprattutto nelle nazioni in via di sviluppo, dove per molti è diventato un vero e proprio lavoro a tempo pieno. Si tratta di giovani lavoratori sfruttati con orari di gioco/lavoro massacranti e paghe misere. Sono ragazzi di umili origini, con una condizione socio-economica miserabile, un reddito molto basso e senza possibilità di carriera. Rifiutandosi di lavorare in fabbrica, decidono di giocare per 11 ore o più al giorno ai videogiochi, sbloccando bonus per poi rivenderli ai giocatori occidentali più ricchi. Stimare il giro d’affari del gold farming è difficile, tuttavia nel 2005 il New York Times ha pubblicato un’inchiesta secondo la quale a quei tempi, in Cina, erano presenti più di 100.000 coltivatori d’oro. Nel 2006, le vendite di queste valute/beni virtuali avrebbero creato un giro d’affari compreso tra i 200 e i 900 milioni di dollari.

Nicole Terbonati e Chiara Russo

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