IL LATO OSCURO DELLA SERIALITÀ: STORIE INFINITE

Pochi giorni fa mi è capitato di finire su Netflix una serie praticamente sconosciuta: Damnation.
Un ottimo western, carico di forti sottotesti politici, ben recitato, scritto molto bene, diretto anche decisamente meglio, con inquadrature che davvero sembravano quadri.

Sì, è palese: vi sto consigliando di dargli una possibilità.
Gran bella storia, eh?
Beh, finisco la prima stagione e,dopo essermi trovato di fronte al più classico dei classici cliffhanger, scopro una cosa.

Damnation è stato un flop di ascolti in America e è stato cancellato dopo solo la prima stagione. Insomma, quello che succede al pastore Seth Davenport e alla sua rivolta contadina nell’America rurale degli anni ‘30 non lo saprò mai. Mai.

Posso immaginarlo, quello sì, e forse così è anche più poetico, ma quella storia non verrà mai chiusa. Resterà una storia non finita, o, per essere più gentili, infinita.Quante se ne sentono ormai di storie infinite?
Tante, forse anche troppe.

Il paradigma della serialità moderna, ormai sempre più esasperato, ha dei costi.
In un ambito di progettazione di storytelling l’esigenza commerciale di avere più stagioni da poter rivendere crea una narrazione mai del tutto conclusiva.

Non si chiudono mai del tutto le storie, gli sviluppi sono sempre più dilatati, diluiti nel tempo. Immaginati perfettamente per andare avanti stagione dopo stagione, fin quando non finisce la benzina.

Peccato che se le esigenze produttive dettano la narrazione, le esigenze narrative sono impotenti di fronte alle dure leggi economiche. Non c’è storia che tenga: se si va male per biglietti staccati, telespettatori sul divano o views in streaming una qualsiasi saga viene cancellata, senza possibilità di salvezza.

Ci sarebbero tantissimi esempi, tipo il cliffhanger durato ben 25 anni tra la seconda e la terza stagione di Twin Peaks, ma un altro esempio che ricordo a malincuore è Blade Runner 2049, con tutti i suoi varchi narrativi che resteranno inesplorati.

Insomma, siamo tutti innamorati della serialità e tutti vogliamo storie epiche che monopolizzino il nostro consumo di intrattenimento, ma questo paradigma ha delle criticità, che da un punto di vista di scrittura bisognerebbe iniziare a considerare.

Il bisogno psicologico primario dei racconti, come le favole per bambini, è uno: avere un finale. Ridiamo alle narrazioni quello che meritano, senza essere per forza nelle mani del fatturato. Che poi magari se non ci si concentra troppo su alcune, di storie, si trovano spunti e ispirazioni per creare qualcosa di nuovo…

Scrittori del futuro, pensiamoci. Intanto, fine del racconto. 
Ci risentiremo, ma quella sarà un’altra storia…

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