PERDERE LA VITA PER UNA MANCIATA DI LIKE

Cosa siamo disposti a fare per dimostrare a tutti che la nostra vita è un continuo susseguirsi di avventure straordinarie? Quanto è importante dimostrare che la propria vita è un vero e proprio sballo? Apparentemente per certe persone è necessario vivere avventure estreme per poterle condividere sui social ad ogni costo. Anche della propria vita.

Negli ultimi anni è diventata una vera e propria moda, farsi un “Daredevil Selfie” in cui ci si immortala appesi ad un cornicione a 200 metri d’altezza, sui binari ferroviari all’arrivo del treno, sul tetto di un grattacielo e chi più ne ha più ne metta… e tutto questo per poter condividere un istante di adrenalina pura sui social, sfoggiandolo come un trofeo per ottenere l’ammirazione dei propri followers.

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Uno studio condotto dall’All India Institute of Medical Sciencesha dimostrato che tra il 2011 e il 2017 sono state registrate all’incirca 260 morti a causa dei selfie. I tre quarti delle vittime sono di genere maschile, l’età media è di 23 anni e le cause principali di decesso sono: annegamento, incidenti con mezzi di trasporto, incendi, scosse elettriche e addirittura animali.

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Un ulteriore studio, condotto da Skuola.net, ha voluto indagare sulle reali motivazioni che spingono al compimento di gesti così estremi che coinvolgono un numero sempre maggiore di adolescenti. E i risultati sono disarmanti: l’8% degli intervistati dichiara di averlo fatto per sentirsi accettato dagli amici, il 18% per provare emozioni forti e il 63% non ha avuto bisogno di una reale motivazione, lo ha fatto per puro divertimento.

La cosa sconcertante è che, tutti questi soggetti, non si rendono conto del reale pericolo che corrono, sembra quasi che, mettendo sul piatto della bilancia, la propria vita ed un momento di gloria sui social non ci sia proprio confronto.

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Il problema di fondo è che la cosiddetta “Generazione Z” si è fatta totalmente influenzare da ciò che si vede sui vari social network. Ad oggi, infatti, si rischia di non riuscire più a distinguere la vita reale, costituita da normali alti e bassi, dalla vita fallace creata dagli utenti, composta da post che rappresentano i soli aspetti positivi della quotidianità: foto di coppie innamorate, testimonianze di vacanze da sogno, video di eventi fantastici ed indimenticabili, foto di ragazze e ragazzi esteticamente perfetti e, soprattutto, dimostrazioni di possedere una profonda autostima.

Questa realtà parallela costernata da eventi positivi, spensieratezza e sorrisi ha creato un’utopia, che ha spinto molti ragazzi a voler fare qualcosa di più, qualcosa di estremo, straordinario e sbalorditivo per ottenere l’attenzione dei “seguaci” e per spiccare tra gli innumerevoli post che descrivono la vita di ogni utente come se fosse la perfezione.

La foga di pubblicare qualcosa che riceva un elevato numero di likeè diventata la priorità. Abbiamo lasciato che la nostra vita venisse comandata da un algoritmo che, con i propricalcoli, influenza la nostra percezione della quotidianità.

Ma cosa si cela, realmente, dietro tutti questi tentativi di emergere dalla massa? E inoltre, siamo proprio sicuri che una manciata di likesia la giusta unità di misura della felicità?

Anna Ferrera

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