The Void

Dopo essersi perso per quasi un anno e mezzo lungo le infinite vie della distribuzione internazionale, arriva finalmente anche in Italia, edito direttamente per l’home video dalla Cecchi Gori, uno dei film horror più chiacchierati e discussi degli ultimi anni: stiamo parlando del canadese The Void diretto a quattro mani da Jeremie Gillespie e Steven Kostanski.

Parliamo poco della trama di The Void, per lasciare allo spettatore la sorpresa di fronte ai luoghi oscuri e spaventosi dove il film lo porta, ma lo prepariamo ad un tour de force che ripesca da larga parte dell’immaginario horror che popola di incubi i media contemporanei.

The Void infatti non nasconde mai il suo essere derivativo: prende ispirazioni a partire dalla letteratura, pescando a piene mani dall’opera di H.P. Lovecraft (e decisamente anche dall’Hellraiser di Clive Barker), fino ad arrivare ai videogiochi, con atmosfere che ricordano Silent Hill (o il più recente The Evil Within) e alcune scelte di design ispirate alla saga Dead Space. Ovviamente, e questa è la fonte primaria, in mezzo a questi due poli c’è il cinema.

In una mossa pienamente nello spirito del marketing della nostalgia, il film di Kostanski e Gillespie fa razzia degli anni ’80: c’è il Carpenter dell’assedio di Distretto 13 e delle creature di La Cosa, l’uso degli effetti meccanici, le mutazioni del body horror (e del David Cronenberg più vecchia scuola), le sequenze oniriche alla Refn di The Neon Demon (film contemporaneo, ma dall’estetica molto eighties), ma anche Stuart Gordon e Bryan Yuzna nonché un amore per gli horror tutti nostrani degli anni ’70 e ’80 (impossibile non citare come la scena finale sia un sentito omaggio al cult L’aldilà di Lucio Fulci).

Se insomma l’opera è un patchwork di citazioni e atmosfere, che gioca col genere mescolando i sotto-generi, quello che la tiene unità è il suo colpire a livello viscerale. The Void è un film che fa paura, quel tipo di paura che ti prende allo stomaco e non ti lascia un attimo per respirare. Punta molto sullo splatter, sulla cattiveria e sul lato irrazionale della vicenda, e, se lo scopo è quello di intrattenere disturbando lo spettatore, ci riesce benissimo.

In quest’ultimo elemento vediamo un collegamento profondo tra questo The Void e il già citato cinema di genere italiano che fu: come quei film, esso è capace di rapportarsi a dei modelli e mischiarli, concentrandosi non tanto sulla materia narrata, ma lasciando libero sfogo ai suoi aspetti più performativi. Non è importante cosa si racconta, ma come lo si fa, come lo si presenta e come lo si esaspera, spingendo sempre sull’acceleratore.

I fan del genere insomma troveranno pane per i loro denti e chiunque voglia mettersi in gioco con una visione forte si troverà di fronte ad un film che probabilmente non dimenticherà tanto presto…

Marco Santeusanio

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