THE GUARDIANS: incontro tra passato e presente ai Chiostri di Sant’Eustorgio con Adrian Paci

Ci troviamo nel Complesso Museale dei chiostri di Sant’Eustorgio, a Milano, luogo ricco di fascino e di bellezza storica che ospita “The Guardians”, opera di Adrian Paci, curata nei minimi dettagli dalla docente, scrittrice e curatrice Gabi Scardi.

Paci intercetta temi cruciali di grande attualità nelle sue opere, come la condizione umana e il viaggio, evidenziati in questa sua mostra fatta di video, fotografie, mosaici e sculture che raccontano i momenti salienti della sua ricerca artistica e che sottolineano il profondo legame tra il presente e l’antico: l’idea che Paci ha del passato è un’idea di possibilità, in continua trasformazione, che persiste nel tempo senza allontanarsi dal concetto di “presente” e “futuro”. In tutte le opere, a partire dal video che fornisce l’immagine di Rasha, una donna di origine palestinese arrivata in Italia circa un anno fa con un corridoio umanitario dopo essere stata profuga e dopo aver vissuto in Siria, questi temi cruciali ricorrono costantemente, ma quello che emerge di speciale e che ritroviamo in questa mostra in modo più accentuato è il rapporto con l’antico:

Paci coglie la continuità nella discontinuità, coglie la relazione del presente con i sedimenti, con quanto di più antico esiste nel passato in nome di una profondissima conoscenza della storia dell’arte e del rapporto visivo, concreto, quasi quotidiano con il passato stesso”, spiega Gabi Scardi.

Questa mostra è frutto di un dialogo: è un lavoro che esce fuori dallo studio dove ha preso vita ed entra in una dimensione puramente relazionale con il mondo esterno. In questo specifico caso tale spazio, che Paci decanta come interlocutore delle sue opere, è rappresentato dai Chiostri di Sant’Eustorgio, luogo che conosce bene e che ha sempre immaginato come ”habitat” dei suoi lavori: si tratta di uno spazio complesso, carico di segni, di significato, di storia, e “la cui sfida è data proprio dal tentativo di innescare un dialogo”. Ancor prima di innescarlo, le opere nascono da un dialogo, come è avvenuto per Rasha, un video che nasce dall’incontro con una donna, che legge e interpreta immagini del passato fatto di accadimenti e di memorie visive, che viene raccontato prima con il linguaggio del corpo e solo in un secondo momento con le parole, un’opera di cui la protagonista diventa narratrice: è qui che viene fuori il vissuto di Paci, cresciuto come artista in una situazione molto particolare, in Albania, paese isolato dal resto del mondo durante il regime. A nessuno era permesso vedere mostre o musei e i libri di suo padre, che sfogliava continuamente, erano l’unico contatto che poteva avere con l’arte in quegli anni difficili, libri in russo che non sapeva leggere ma che raffiguravano immagini delle quali si nutriva e che analizzava con estrema attenzione. È per questo che il rapporto con la storia dell’arte, per Paci, non è tanto fondato sulla conoscenza storica, quanto piuttosto su quella che definisce “fisicità dello sguardo”: il tentativo che deve compiere l’arte è quello di mettersi in relazione con il passato cogliendo il presente e assorbendo da quest’ultimo qualcosa di più sedimentato. Da un lato c’è un bagaglio iconografico fatto di memoria visiva, dall’altro c’è la voglia di vivere le sfide del presente cercando un rimando a segnali più profondi: è la coesistenza di questi due fattori che ha accompagnato tutti i lavori dell’artista.

Paci è in grado di far emergere la modernità con una “proiezione dell’occhio attuale sul bagaglio artistico del passato”. Al contrario, le scene del presente emergono in progetti come My song in your Kitchen, video nato con l’obiettivo di creare socialità in un ambiente freddo come la cucina di casa Monluè, improvvisando una festa e trasformando la cucina della mensa in uno spazio di grande relazione, in una sorta di teatro, con sottofondo una musica che rompe quell’abituale silenzio”, racconta Gabi Scardi. Il passato non va subìto, ma mostrato sotto un’altra luce per creare un dialogo con lo spazio: in My song in your Kitchen i gesti, oltre ad essere quotidiani, possiedono una potenzialità interpretativa ed evocano significati più profondi. La stessa possibilità che ha vissuto Paci nell’andare oltre gli schemi imposti dal regime, che toglieva ogni libertà di espressione, superando certi limiti grazie all’arte del passato, di Giotto e Caravaggio, da sempre corsa in suo aiuto.

The Guardians nasce da un’osservazione quotidiana: Paci si recava spesso al cimitero cattolico di Scutari scoprendone il fascino metafisico, con simboli e ornamenti la cui estetica parlava di qualcos’altro, di non visibile nell’architettura del paese. Da lì è nata la fantasia del video che inizia con i dettagli delle architetture del cimitero per poi chiudersi con una scena in cui il cimitero stesso, riaperto dopo la fine della dittatura, viene rallegrato dalla presenza di bambini che si offrono di prendersi cura delle tombe: questo è stato per Paci un segno di grande vitalità e di rinascita del paese. Il rapporto dell’uomo con la morte, invece, non è un elemento nuovo alle opere dell’ artista. “Perché – si chiede Paci – la morte ha bisogno del rito, e quindi di una sorta di “teatro”? Perché in un momento così tragico dell’esistenza umana l’uomo mette in funzione la sua teatralità?”. Un rapporto tra la morte e la finzione che è alla base anche di The Guardians, opera di una vitalità straordinaria, fatta di speranza e leggerezza.

In questa mostra Rasha – prosegue Paci – non è solo una profuga, ma anche l’immagine di una donna palestinese che nella sua umanità e vulnerabilità ha una dimensione di dignità quasi sacrale, avvicinandosi alla percezione di una possibile Madonna: un elemento di disconnessione rispetto a un’ovvietà, un dato di fatto, perché Rasha è si una profuga, ma può essere vista anche sotto altri aspetti, proprio come Maria che è madre di Dio, ma è anche una donna palestinese con la sua umanità. Vedere Rasha staccata dal contesto che la identifica in un certo modo e rivederla sotto un’altra luce è una pratica fondamentale, dando alle cose un’altra possibilità, vedendole da un altro punto di vista”.

La resistenza di determinati gesti ai continui cambiamenti di luogo e tempo, insieme alla possibilità interpretativa, è il fulcro delle opere di Paci: è un presente carico di passato, un potenziale carico di storia che non deve dimenticare ciò che è stato in origine, perché solo in questo modo potrà continuare ad evolversi, solo aprendosi ad un dialogo con il passato potrà perdurare nel tempo e nello spazio.

Sara Ucci

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