La banalità della violenza secondo Tarantino

Violenza come condizione naturale dell’essere umano. Che candore e che lucidità può risiedere in una considerazione simile…

Se ricerchiamo la parte discriminante dell’uomo sicuramente la vedremo riposare su qualità raffinate e elevate come l’intelletto, la pietà, l’amore; ma se ci rivolgiamo alla carne, a ciò che ci costituisce nella materia, l’animalità, la violenza, sono aspetti che non rappresentano sicuramente una variabile, quanto piuttosto una latente condizione permanente della vita di ognuno. Latente si, perché vivere in una società significa alienare parte dei propri istinti in virtù di un bene che supera il singolo individuo, ma l’istinto continua a vivere in noi.

Dunque qui subentra l’arte. Qui subentra il cinema. L’ingegnoso essere umano ha creato una finzione molto realistica che, quasi nella totalità dei casi, è in grado di appagare quelle pulsioni represse e schiacciate dalla realtà sociale. Gli esempi che si possono portare in relazione all’espediente della violenza come fulcro di un progetto artistico si sprecano, ma tra le varie menti che hanno fatto di questo aspetto della condizione umana il proprio manifesto spicca senza sforzi quella di Quentin Tarantino.

Il carattere che si pone come spartiacque tra il lavoro di questo grande personaggio e quello di molti altri è l’approccio al contempo ludico e profondamente consapevole che egli adotta. Quando apprezziamo un film violento, spesso questo risulta fine a se stesso, uno sfogo momentaneo, che ci risulta piacevole, in grado di procurare una scarica di serotonina e dopamina in chi lo guarda. Con Tarantino invece la violenza è condotta su un altro livello, è il risultato di un percorso culturale del regista stesso che, oltre a risultare appagante di per se stesso, apre per il fruitore la possibilità di una riflessione sulla “banalità del male”. La formula “Pulp” tramite cui Tarantino tenta e riesce a suscitare questa reazione nello spettatore si compone di un insieme di stili tra i più disparati, ma dei quali il regista ha una padronanza tale da saper scegliere alla perfezione i caratteri in grado di armonizzarsi tra loro; dialoghi sagaci , capaci di svolte inaspettate, e  una decisamente non lesinata quantità di sangue.

“La violenza fa parte di questo mondo e io sono attratto dall’irrompere della violenza nella vita reale. […] La violenza della vita reale è così: ti trovi in un ristorante, un uomo e sua moglie stanno litigando e all’improvviso l’uomo si infuria con lei, prende una forchetta e gliela pianta in faccia. È proprio folle e fumettistico, ma comunque succede: ecco come la vera violenza irrompe irrefrenabile e lacerante all’orizzonte della tua vita quotidiana. Sono interessato all’atto, all’esplosione e alla sua conseguenza.”

Quentin Tarantino

Da queste parole con cui il maestro riassume in cosa consiste la curiosità da cui muove la sua opera, si delinea con grande semplicità la sua poetica, in grado di proporre con leggerezza e brillante ironia uno degli aspetti dello spirito umano dei quali siamo più portati a provare vergogna: il fascino e l’attrazione verso la brutalità.

Francesca Poletti

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