Il lato umano del mito: Natalie Portman e la sua Jackie da Oscar

A poche ore dagli Academy Award, la recensione del film che fa rivivere il mito della first lady più controversa degli Stati Uniti.

La macchina da presa si accende ed è subito un primo piano. La tensione è tutta focalizzata sul volto, che è un groviglio di lineamenti induriti. Gli occhi guardano un punto imprecisato mentre il corpo segue un percorso senza apparente destinazione.

È questa la prima immagine della Jacqueline Kennedy di Natalie Portman, una scena che è preannuncio e sintesi di tutta la narrazione psicologica che fa da tessuto connettivo tra un fotogramma e l’altro. Uscito nelle sale giovedì e candidato a tre statuette (migliore attrice protagonista, migliore colonna sonora e migliori costumi), “Jackie” è il film che racconta la personalità della ex first lady, stigmatizzandola nel ricordo del momento più drammatico della sua vita: l’assassinio del marito, e allora presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy nel 1963 a Dallas durante la campagna presidenziale per la rielezione. Quattro interminabili giorni, dal suono di quello sparo alla testa del presidente fino alla celebrazione dei funerali di Stato, cuciti su 100 minuti che indagano il lato umano della vicenda e il dolore che ha segnato per sempre la vita di Jackie. Il regista cileno Pablo Larraìn è riuscito a costruire un ritratto realistico della complessità del personaggio, restituendone ogni sfumatura e dimostrando di aver compreso la vera essenza di una first lady che non è stata semplicemente compagna del presidente, ma vera artefice del suo mito.

Il racconto è giocato sulla vibrazione dei toni tesi dell’intervista tra Jackie e il giornalista Theodore White, interpretato da Billy Crudup, che più assomiglia a una seduta psicanalitica. Il ritmo è lento ma tagliente, scandito da inquadrature che si fissano sui personaggi per immortalarne le più minime variazioni di espressione. Jackie è descritta in tutta la sua umanità e fragilità: una donna tutt’altro che superficiale, pronta a sfidare l’establishment per mantenere la propria dignità e quella del marito, da cui era stata seppur delusa. La reputazione è ciò che la first lady difende con una cura quasi maniacale, la stessa con cui si ossessiona per organizzare il funerale di JFK, per cui è disposta a mettere a repentaglio la sicurezza sua e dei figli purchè sia maestoso come quello di Lincoln, il presidente che tutti gli americani ricordano. È una donna concreta, che spiega alla figlia senza mezzi termini che suo padre non tornerà più a casa, e anche intellettualmente adultera, in quella sua complicità con Bob Kennedy, il fratello del presidente, con il quale avrà poi una relazione clandestina, ma che nel film non viene mai esplicitata. E il sangue sull’iconico tailleur rosa di Chanel, che la first lady decise di tenere addosso anche durante l’investitura di Johnson, rappresenta il simbolo di una violenza vissuta nella più dignitosa compostezza.

Interpretare grandi personaggi non è mai semplice, e spesso i film biografici tendono alla banalizzazione o alla superficialità romanzesca delle storie che raccontano. Natalie Portman, invece, è riuscita a cucirsi il ruolo di first lady come un capo su misura, e a far rivivere il suo mito in modo crudo e realistico, senza fronzoli. La somiglianza tra l’attrice israeliana e la first lady è millimetrica: nel taglio di capelli, nella contrazione del volto, nel tono di voce. Uno studio maniacale per “essere” il personaggio, in cui la Portman ha ascoltato più volte le registrazioni di Jackie per impararne l’accento e modularlo per rendere l’interpretazione più unica possibile. Ma è soprattutto l’umanità di Jackie a emergere dallo sguardo e dalla figura esile della Portman, una ricerca di un senso al dolore della vita che non può trovare risposta. E chissà che proprio questo sguardo, che attira come una calamita dall’inizio alla fine del film, non possa valerle l’Oscar come migliore attrice protagonista.

Aspettando stasera, ecco un link dove potete ripassarvi tutte le candidature!

Chiara Fontana

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