La vittoria di Donald Trump e il collasso della democrazia informata

Dovendo fare buon viso a cattivo gioco, nei momenti in cui viene annunciata la vittoria alle elezioni americane di Trump, non riesco a non chiedermi cosa possa essere andato storto. Sicuramente ci troviamo di fronte a un punto di svolta nel nostro concetto di democrazia, ma limitarsi a chiamarla ondata populista non aiuta a diagnosticare il problema. Il populismo è solo il sintomo di una malattia, l’effetto esteriore del crollo della democrazia informata.

Ci siamo illusi per anni, decenni, che la democrazia fosse un meccanismo autosufficiente e senza presupposti necessari, commettendo lo stesso errore che i russi avevano fatto interpretando il comunismo. Abbiamo continuato a raccontarci la favola secondo cui il voto di una persona è buono (attenzione, non valido, ma buono) semplicemente in quanto voto, scaricando sul sistema tutte le responsabilità morali connesse. Infine negli ultimi mesi abbiamo assistito a pentimenti di massa, uno su tutti quello del referendum sulla brexit, messi in atto da persone che non riuscivano a comprendere quello che era successo e il loro ruolo nella “creazione” del risultato elettorale. Probabilmente quest’ultimo choc ha a che fare con l’emergere della digitalizzazione e con la riduzione del carico di responsabilità che ogni scelta ha sempre portato con se. Gli atti di scrivere insulti e calunnie su un giornale o di farlo sulla propria bacheca di Facebook, pur essendo essenzialmente due gesti analoghi, vengono percepiti in maniera radicalmente differente.

Ecco, adesso però la democrazia è malata, e la sua malattia ha un nome molto chiaro: disinformazione. Il sistema democratico che è stato costruito nel tempo si basa su due assiomi fondanti e necessari, senza i quali non è possibile assicurare il principio di rappresentanza: la condivisione di regole comuni per “giocare il gioco” (ovvero le costituzioni), e la capacità degli elettori di discernere non solo le posizioni politiche, ma anche i pro e i contro delle stesse.

Entrambi gli assiomi stanno collassando rapidamente. Le “case comuni” degli stati che fino a poco tempo fa assicuravano criteri come il rispetto reciproco, il principio di non ingerenza tra poteri e le garanzie costituzionali, cedono sotto il peso di individui più interessati a conquistare posizioni di potere che a servire il proprio paese. Spesso l’effetto più grave ottenuto dai discorsi di questi signori è proprio quello di demolire l’idea di paese, andando a frammentare un popolo in fazioni in costante conflitto. Di esempi ne è colma l’Europa, dai Lepenisti ai Salviniani, e sarebbe stato folle non aspettarsi una classe politica simile anche negli Stati Uniti.

Ma da dove deriva il corpo elettorale che va ad eleggere questi leader? Qual’è il segreto del loro successo? L’ovvia risposta a queste due domande sta nel crollo del valore della conoscenza informata in tutta la popolazione occidentale. Complici i “cattivi esempi” di un sistema dell’informazione ormai piegato in maniera radicale alle logiche di mercato, gli elettori diffidano prima di tutto delle fonti mainstream. A questo primo, aberrante dato, bisogna poi aggiungere il totale collasso dei sistemi di “educazione al pensiero” e la cronica mancanza di rispetto, fondi e spazi per ogni possibile istituzione culturale che destra e sinistra hanno assicurato negli ultimi decenni.

Un sistema che non valorizza il pensiero non può fare altro che creare elettori simili a se stesso, e questi ultimi a loro volta saranno soggetti a qualsiasi influenza correttamente veicolata, a ogni complottismo, razzismo, o ideologia totalitaria il dittatore di turno abbia interesse a promuovere, senza neppure la consapevolezza delle loro scelte e dei motivi che guidano il voto. L’analfabetismo funzionale sta ricominciando a mietere vittime e la prima di queste si chiama Democrazia.

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