CIMOREVIEW – L’estate addosso

«Tutto è nato dalla voglia di fare un film leggero, con la struttura di un romanzo di formazione. Leggero anche come budget, sotto i 4 milioni di euro, per essere più libero, godermi l’agilità produttiva. Sono partito da una storia di cui conosco bene le coordinate: la mia estate della maturità, anno 1991, un viaggio negli Usa.»

G. Muccino

L’altro giorno, approfittando della gratuità settimanale offerta dal mio operatore telefonico, sono andato a vedere “L’estate addosso” di Gabriele Muccino: un buon trailer con al seguito una rassegna di critiche spietate.

Non nego il rischio, le premesse per un fiasco c’erano tutte: film italiano su due giovani neodiplomati in viaggio verso l’America, una coppia gay ad accoglierli, Muccino alla regia e Jovanotti alle musiche a completare il quadretto. E invece è riuscito a stupirmi, ancora prima che per la narrazione, per la qualità dell’immagine. Presentato a Venezia nella sezione Cinema nel Giardino, il film si presenta in un glorioso formato panoramico a mimare il desiderio dei protagonisti di allargare i propri orizzonti. Solo occasionalmente, simulando le riprese dal cellulare, il quadro si restringe, attribuendo a quelle immagini lo statuto di ricordi di scarso valore. L’uso della profondità di campo e la precisione nella composizione sono ad un livello notevole per il cinema italiano contemporaneo.

Mettendo da parte l’intenzione autobiografica e i termini come “road-movie” usati dal resto della critica, viene da chiedersi quale sia lo scopo di questo film e a chi sia diretto. L’uso di molti dialoghi in lingua inglese (ben pronunciata e per una volta non semplificata) sottotitolati in italiano dice molto sulla precisa volontà di realizzare un film diretto ad entrambe le sponde dell’Atlantico. Senza mai cadere (troppo) negli stereotipi nazionali, il film sembra voler prima di tutto istruire il pubblico italiano al linguaggio cinematografico, alla possibilità di vedere un film in lingua originale e ad alcune tematiche sensibili.

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La relazione dei due ospiti e il racconto del loro coming out costituisce infatti una delle direttrici maggiori del film di Muccino. In un cinema italiano che dei personaggi omosessuali fa quasi sempre macchietta, è rinfrescante poter assistere alla narrazione della loro relazione quotidiana inquadrata in una cornice di perfetta normalità e in una città accogliente come San Francisco. Altre tracce di un cinema “didattico” si trovano nelle battute sui migranti italiani in America, ma il tono di queste intrusioni si mantiene sempre abbastanza leggero e sopportabile.

Infine la colonna sonora curata da Jovanotti (una playlist delicata ed efficace anche se alle volte troppo presente) da la precisa definizione di che cosa si sta guardando in sala: un’opera a quattro mani messa insieme da due italiani innamorati dell’America. Il film si rivolge a una giovane generazione cosmopolita e curiosa che abbia la sensibilità necessaria per capire tutte le sfumature, la voglia di vivere, gli addii. Per chiunque abbia viaggiato o abbia coltivato relazioni all’estero, questo è un film capace di colpire in profondità.

E, probabilmente, con questo film Muccino sta anche dando il suo personale addio agli States. Ai suoi spettatori, e un po’ a se stesso, dedica l’ultima frase degli ospiti: “Go home and do something incredible!”.

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