L’ambiguità del design illustrata da Paola Antonelli

“Ci sono alcune professioni più pericolose del design industriale, ma non moltissime”. Con questa citazione di Victor Papanek, Paola Antonelli ha aperto l’incontro intitolato “Lo strano rapporto tra design e violenza” organizzato nell’ambito di IF! 2015.

Foto di: designandviolence.moma.org

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Direttamente dal MOMA di New York, la Antonelli (un vero orgoglio italiano) ha raccontato ad un pubblico sinceramente coinvolto la storia affascinante di una delle sua ultime sfide. Design and violence è un percorso di ricerca sviluppato con l’obiettivo di individuare il confine tra l’uno e l’altra, al fine di percepirne quantomeno la fragilità e la transitorietà. La designer ha confessato che ciò che l’ha spinta ad analizzare questo tema è stato, banalmente, l’incontro con un oggetto tanto comune quanto controverso, specie in America: una pistola; una pistola prodotta da una stampante in 3D. L’ha definita una vera e propria epifania: inizialmente lo sconforto del constatare l’impiego di una nuova tecnologia per la creazione di un’arma, e immediatamente dopo l’imbarazzo per aver soltanto pensato che il design possa essere finalizzato solo a fini benevoli.

Foto di: designandviolence.moma.org

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Ecco allora che nasce l’idea per un progetto che studiasse le interrelazioni tra design e violenza. La Antonelli, con il suo staff, decide di progettare una mostra temporanea per il MOMA, portando avanti l’idea con assoluta convinzione. Una convinzione tale da resistere anche al “no” della direzione del museo. Il progetto, infatti, è stato intrapreso ugualmente sul web, trasportato in forma immateriale su una piattaforma WordPress. Ogni settimana veniva pubblicata una foto di un oggetto equivoco, un prodotto del design industriale che mantenesse l’ambiguità tra ciò che è l’oggetto in sé e la sua connotazione simbolica in senso dinamico. Si passa dai kalashnikov alle Toyota 4×4, automobili storicamente utilizzate dai contadini dei paesi più poveri, diventati nel tempo oggetti simbolo dei cartelli del narcotraffico e delle milizie terroristiche. E ancora, un banale tagliacarte, che dall’11 settembre ha esteso la sua sfera simbolica ben oltre quella del suo normale utilizzo.

Foto di: designandviolence.moma.org

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La pubblicazione è andata avanti cercando l’interazione con il pubblico, al quale veniva richiesto ogni settimana di scegliere quali oggetti potessero diventare realmente delle icone ambigue. La campagna ha avuto molto successo ed attorno a questi oggetti si è sviluppato un dibattito ideologico, tanto profondo quanto stimolante. Su questo piano si colloca, ad esempio, il progetto di una montagna russa con sette cerchi della morte in grado di uccidere i passeggeri per soffocamento; attorno alla fotografia si è infatti acceso un potente scambio di idee relativo ad un tema delicato come quello dell’eutanasia, inteso, in senso ambivalente, come atto di violazione o di compassione, con le opinioni di affermati professori universitari che accompagnavano quelle di potenziali suicidi. O ancora, il tema della pena di morte, una delle storiche contraddizioni degli Stati Uniti. La Antonelli ha affermato di aver cercato per molto tempo un oggetto che portasse dentro di sé una reale ambiguità, per poi trovarlo, infine, nel Midazolan, un anestetico usato negli Stati Uniti in un periodo in cui scarseggiavano i prodotti normalmente utilizzati per le iniezioni letali. L’ennesima dimostrazione che non c’è spazio per un design consapevole. Presa coscienza delle contraddizioni degli uomini e del loro ingegno, il lato interessante, come la designer ha sostenuto, è diventato quello di analizzare questo confine labile tra il design e la violenza. Trattare i lati più controversi degli Stati Uniti, come la pena di morte e la diffusione delle armi e farlo attraverso l’arte è diventato l’obiettivo primario di questa iniziativa, la reale militanza del design. La campagna ha seguito un percorso piuttosto singolare. Proseguita in modo efficace sul web, ha attirato l’attenzione di diversi ambienti, ha portato alla creazione di un libro prodotto dal MOMA stesso e si trasformerà in una mostra vera e propria a Dublino il prossimo anno. Un progetto di ricerca che si è esteso anche grazie alla partecipazione dal basso, che ha attraversato i media per tornare poi fra gli apparati fisici, nelle sue diverse forme. Con l’obiettivo di creare, ha concluso la Antonelli, “musei che siano dei laboratori di ricerca della società, per crescere e dibattere”.

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