PERCHÉ TIFIAMO PER IL CATTIVO? L’ASCESA DELL’ANTIEROE

Perché oggi ci piacciono i personaggi “sbagliati”? Dai vincoli del 1930 a Hollywood fino alla nuova uscita The Drama, scopriamo perché preferiamo la fragilità alla perfezione.

Siamo ormai abituati a vedere i protagonisti delle nostre storie preferite compiere azioni moralmente discutibili, proprio come accade nell’attesissimo The Drama, la nuova uscita diretta da Kristoffer Borgli e prodotta da A24.

In questa pellicola, i personaggi interpretati da Zendaya e Robert Pattinson non sono dei villain per definizione, ma appaiono piuttosto come individui fallibili e fragili che si allontanano drasticamente dalla perfezione rassicurante dell’eroe tradizionale. L’identificazione dello spettatore non nasce più dalla moralità del personaggio, ma dalla verità profonda della sua debolezza.

L’ERA DEL BIANCO E NERO: IL CODICE HAYS

Per capire come siamo arrivati a questa inversione di tendenza, dobbiamo guardare alla Hollywood del 1930, quando entrò in vigore il celebre Codice Hays. Si trattava di un insieme di regole rigidissime nate per evitare che il cinema mostrasse il male in modo attraente, imponendo che ogni criminale venisse punito e che la legge trionfasse senza alcuna eccezione.

Questa censura ha costretto per decenni gli sceneggiatori a muoversi dentro un muro comunicativo invalicabile e stringente, dove la virtù non era una scelta narrativa ma un obbligo produttivo che rendeva ogni film prevedibile e uguale al precedente: come scrivere storie appassionanti se il finale era sempre lo stesso? 

Il Codice Hays ha cristallizzato per anni una visione del mondo in bianco e nero che oggi sentiamo, infatti, estremamente lontana.

DALLA LEGGE ALLA GIUSTIZIA: L’EROE FUORI LEGGE

È proprio sotto questa pressione che, per aggirare la noia della perfezione, il cinema iniziò a esplorare figure intermedie portando alla creazione di scontri basati su diverse interpretazioni del bene. È in questo contesto che emerge la distinzione tra l’Official Hero, fedele alle leggi dello Stato, e l’Outlaw Hero, il ribelle che agisce seguendo un proprio senso personale di giustizia.

Questa zona grigia ha permesso di inserire i primi germi di ambiguità nei protagonisti, trasformando la narrazione in uno spazio complesso dove la legalità non sempre coincideva con ciò che era giusto. La tensione tra l’eroe delle istituzioni e il ribelle ha aperto la strada a personaggi capaci di sfidare il sistema e, finalmente, di sbagliare.

L’ANTIEROE COME RIFLESSO DEL PRESENTE

Oggi quel muro è crollato definitivamente perché la perfezione ci appare piatta e poco realistica, mentre l’Antieroe ci affascina proprio perché le sue ferite rispecchiano le incertezze della nostra epoca. Non cerchiamo più un modello ideale da seguire ma uno specchio in cui riconoscerci, accettando che la nostra complessità umana passi anche attraverso l’errore e la caduta.

Tifare per un personaggio fallibile significa accettare che la complessità delle sue ombre ci rappresenta meglio di quanto possa mai fare una perfezione artificiale.

Questa evoluzione ci dice che non abbiamo più bisogno di risposte morali rassicuranti. Lo storytelling moderno non serve a dirci chi è il buono, ma a esplorare quanto sia complicato essere persone. Forse tifiamo per il “cattivo” solo perché è l’unico che ci permette di essere imperfetti in un mondo che ci chiede di essere sempre al massimo.

In fondo, saper narrare la fragilità è diventato il vero cuore dell’autenticità: solo ammettendo i nostri limiti riusciamo a dare vita a storie che valga la pena ascoltare, perché sono le uniche in cui riusciamo a riconoscerci davvero.

Silvia Triolo