NATALE IN CASA CUPIELLO

Per la prima volta l’intramontabile opera di De Filippo esce da teatro per diventare un vero e proprio film per la TV.

Quando un classico del teatro diventa film per la TV è inevitabile che il pubblico e i critici si dividano tra i puristi che rimangono perplessi di fronte al risultato di una sacralità violata e gli innovatori che invece ammirano la capacità di rendere più moderno un testo che così si apre a un pubblico sempre più vasto e composito.

È quanto è accaduto in questi giorni con Natale in casa Cupiello, film di Edoardo De Angelis tratto da una delle commedie più riuscite e famose di Eduardo De Filippo e trasmesso da Raiuno la sera del 22 dicembre. È infatti la prima volta che in TV vada in onda non la commedia registrata in teatro (cosa accaduta più volte proprio con la regia dello stesso De Filippo), ma un film che da quella commedia parte per diventare, però, un’opera a sé, autonoma nei fini e nel linguaggio.

Girato nel cuore di Napoli, tra via Tribunali e il Duomo, in una vecchia casa partenopea, l’intramontabile opera di De Filippo esce dal teatro, quindi, per diventare un vero e proprio film, con linguaggi, inquadrature, relazioni del tutto nuove: è il medium che, cambiando, determina un altro approccio al testo originale, che inevitabilmente quindi non può e, anzi, non deve essere banalmente confrontato con la messa in scena teatrale.

Ci troviamo davanti a un prodotto autonomo, che si serve della sceneggiatura di De Filippo per poi allontanarsene, secondo il classico binomio di traduzione/tradimento. Il regista De Angelis ce lo dice chiaramente: non cercate il confronto, non ne vale la pena, perché si perde in partenza.

E allora, seguendo il consiglio di De Angelis, entriamo nel film senza preconcetti, ma col solo obiettivo di godere di uno spettacolo che fa del Natale un’occasione di riflessione universale.

Con un lungo piano-sequenza iniziale su Donna Concetta, ci addentriamo nella casa di Lucariello che, infreddolito e imbacuccato, è pronto a iniziare il sacro rito della “nascita” del suo intoccabile presepe e dei relativi battibecchi col figlio, il fratello, la moglie, sempre ingenuo, almeno apparentemente, nel non cogliere le malizie delle dinamiche familiari di tradimenti e sotterfugi, e capace solo di cantare “Tu scendi dalle stelle” nell’atmosfera surreale e lacerata della vigilia natalizia.

La storia non cambia, è quella di De Filippo, così come la sua lingua (non il dialetto napoletano, solo le sue cadenze, evocazioni, suggestioni partenopee), ma il tono è più cupo e intimistico, le battute si fanno più amare, l’ambientazione si sposta nel 1950, un anno di transizione tra la guerra passata e il benessere futuro, in una Napoli che si copre magicamente di neve: la scelta temporale crea un ponte col nostro presente, con un 2020 anche lui sospeso tra distruzione e ricostruzione.

Le musiche di Enzo Avitabile in sottofondo accompagnano lo svolgimento della narrazione fino alla scena finale, dove forse il film maggiormente vive dell’impronta deangelisiana: il regista, infatti mostra al pubblico la morte di Lucariello, morte che De Filippo lasciava invece volutamente allusiva; e così la morte del protagonista apre potenzialmente al disastro seguente, alla lacerazione inevitabile del nucleo familiare, alla consapevolezza dell’ineludibile dolore universale.

Non ci resta che rimanere ancorati, allora, all’eterno tormentone di “Natale in casa Cupiello”, che Lucariello rivolge insistentemente al figlio: te piace ‘o presepe? La risposta potrebbe finalmente essere , diventando una nuova speranza per il 2021.

Patrizia Celot