MANHUNT: UNABOMBER

Serie di Andrew Sodroski, disponibile su Netflix, “Manhunt: Unabomber si concentra sulle indagini realmente effettuate che hanno portato all’arresto di Ted Kaczynski, terrorista noto come Unabomber.

Attraverso questo thriller investigativo è possibile seguire passo per passo una delle indagini più lunghe dell’FBI (1978-1996), a partire dagli ultimi attacchi effettuati verso vittime innocenti fino alla cattura e poi il processo. Rilievo fondamentale viene dato al profiler dell’FBI, James R. Fitzgerald (Sam Worthington), il quale, grazie ad i suoi studi, contribuì maggiormente all’arresto. Fin dall’inizio della vicenda la voce narrante è affidata al personaggio di Ted (Paul Bettany) del quale, quindi, conosciamo i pensieri ancor prima di scoprirne l’esistenza. Pensieri che verranno analizzati durante l’intera narrazione e che delineano un uomo avverso a qualsiasi forma di progresso, di tecnologia, strumenti che non fanno altro che renderci delle “pecore” senza autonomia.

Gli episodi alternano scene delle passate indagini a quelle presenti di un processo imminente, mentre la sesta puntata viene interamente dedicato all’infanzia di Ted. Il quadro che ci viene offerto racconta di un uomo, prima bambino e poi ragazzo, lasciato in disparte per tutta la vita, cavia da laboratorio negli anni universitari, solitario ed estremamente intelligente. La costruzione del racconto porta lo spettatore a provare addirittura una sorta di compassione verso il terrorista pluriomicida. I suoi attacchi mirati non riguardavano le persone in quanto tali, ma il simbolo che esse rappresentavano: tecnologia e sviluppo.  Ted colpiva da lontano, viaggiando lunghe ore su un bus per spedire da un altro indirizzo i suoi pacchi-bomba. Una volta aperti, nella sede prescelta, lasciavano difficilmente scampo alle vittime (3 morti e 23 feriti).

La peculiarità su cui si concentra l’esposizione riguarda la metodologia d’analisi con la quale furono portate avanti le indagini. Grazie all’ingegno e all’intuito del profiler James, venne analizzato il modo di scrivere dell’attentatore che, spesso, forniva ai media utili lettere scritte a macchina. Il suo idioletto fu scandagliato fino al midollo, in modo da riuscire a ricostruirne le tappe più importanti della sua vita, nonché le sue stesse caratteristiche anagrafiche e comportamentali. Un metodo mai sperimentato fino a quel momento, del tutto innovativo, da allora denominato come “linguistica forense”. Parole scritte nella maniera errata, modi di dire peculiari, furono la base grazie alla quale l’agente scoprì il ricercato, riuscendo così laddove i suoi predecessori avevano fallito per ben 17 anni.

Una vittoria che, però, non solo costò all’agente la rinuncia totale ad una vita privata e personale, lasciando sempre più spazio ad un’ossessione crescente nei confronti del ricercato, ma che non venne nemmeno pienamente riconosciuta dalla sua squadra. Terminate le indagini, al pari del suo nemico, preferì quindi i boschi appartati alla sua vita cittadina, fino a quando non fu ricontattato per seguire il verdetto del processo giudiziale che si concluderà con l’ergastolo senza possibilità di appello per Ted Kaczynski.

Il finale con Fitzgerald fermo ad un semaforo rosso, costretto ad aspettare seppur in assenza di pericoli, non può che aggiungere ulteriori spunti di riflessione ad una serie che ne è già colma.

Elisa Bo