THE GOOD PLACE: DA CHE PARTE È IL PARADISO?

L’essere umano si è da sempre interrogato sulla vita oltre la morte: potrebbe esserci il Paradiso come le religioni monoteiste affermano, il raggiungimento del Nirvana come sostengono i Buddhisti o i Campi Elisi come scritto dagli antichi Greci. Oppure potrebbe esserci il The Good Place, la parte buona dell’aldilà, nonché titolo della serie di cui oggi parleremo.

Tv-show statunitense andato in onda dal 2016 al 2020, vede come protagonista Eleanor Shellstrop (Kristen Bell di Veronica Mars), trentenne mediocre che muore investita da una fila di carrelli fuori da un supermercato, mentre tentava di salvare il bottiglione di margarita preconfezionato con il quale avrebbe voluto dimenticarsi alcune schifezze della sua vita. Eleanor è il contrario dell’ideale femminile occidentale: è sboccata, superficiale, egoista e per niente attenta agli altri o, forse peggio, al suo stesso posto nel mondo. Il suo hobby preferito? Il feed Instagram di Kendall Jenner. Come è potuta, quindi, finire nella parte buona? Ovviamente per un errore del sistema. Scopre, infatti, di essere nel posto sbagliato quando Michael (Ted Danson), l’architetto, le dà il benvenuto nel “Good Place” riferendosi a lei come un’avvocatessa estremamente attenta ai diritti umani, attivista volontaria in Africa e amante dei pagliacci. 

La Parte Buona rischia allora di trasformarsi in un incubo: in una veste che non le calza molto bene, con una casa ideale della donna di cui ha preso il posto, la Eleanor sbagliata trova una benedizione in Chidi Anagonye (William Jackson Harper), ovvero colui che il sistema ha individuato come suo soul mate e che, sulla Terra, era un professore di filosofia morale. Essendosi occupato per tutta la vita di analizzare e studiare le interazioni tra gli esseri umani e le motivazioni dietro le azioni di questi, Chidi è la figura giusta per insegnare ad Eleanor a diventare una brava persona. Se non fosse che Chidi ha un grande difetto: è un eterno indeciso, non riesce mai a prendere una posizione o una decisione. In un susseguirsi di lezioni sui grandi pensatori e nello sperimentare la nascita di un’autentica amicizia con Chidi, Eleanor impara pian piano cosa significhi essere buoni. 

C’è sempre qualcosa che non torna però. In un luogo in cui le parolacce vengono distorte in una modalità buffa e quasi parodistica, Eleanor insieme a Chidi e ai loro vicini di casa, Jason Mendoza (Manny Jacinto) e Tahani Al-Jamil (Jameela Jamil), capisce che quel posto ha qualcosa che non gira nel verso giusto. A rispondere a (quasi) tutte le loro domande e richieste c’è Janet (D’Arcy Carden), interfaccia tecnologica conoscitrice di ogni cosa, pensata da Michael, ovvero l’architetto non umano della Parte Buona. Col tempo, come per Doctor Who o i fratelli Evans in Roswell, Michael si innamora del genere umano. Con tutte le problematiche e i casini che combinano, gli esseri umani si mostrano come i più brillanti e completi esseri viventi, tanto da ricoprire spesso il ruolo di affabulatori nelle serie tv di fantascienza. Nonostante The Good Place non sia una di queste, prende in prestito evidentemente delle caratteristiche dal genere, come ne prende dai generi più comedy come The Office, dal quale gli stessi autori. Possiamo definirla quasi sulle orme di una distopia umoristica, nella quale la religione non viene utilizzata come mezzo di analisi perché solo l’essere umano, con la sua anima sociale e relazionale, può districarsi.

Ideata dal produttore di Brooklyn Nine-Nine e The Office, Mike Schur, The Good Place è composta da quattro stagioni distribuite in Italia sulle piattaforme streaming del gruppo Mediaset e su Netflix. The Good Place propone in una chiave molto “stonata” una delle analisi più antiche, ma non per questo obsoleta, della filosofia, rimarcando come la capacità dell’essere umano di porsi domande sia forse la sua stessa via di salvezza. In un periodo storico come quello in cui ci troviamo, nel quale a causa del Covid-19 si è tornato a parlare dell’importanza della solidarietà e del senso civico, The Good Place può fornirci una visione introspettiva molto forte di ciò che l’essere umano è in grado (o meno) di fare.

Silvia Resteghini