LE PAROLE CHE VORRESTI

Spesso usato in modo inconsapevole, il linguaggio è stato oggetto e vettore di grandi spunti di riflessione resi possibili grazie allo stop forzato causa Coronavirus, portando alla luce una serie di dinamiche spesso sottovalutate. 

Da studenti di comunicazione conosciamo il potere del linguaggio, in grado di evocare scenari e di veicolare opinioni anche quando viene presentato come neutrale. È il caso dei giornali, che quotidianamente esprimono la propria visione del mondo, nascondendosi dietro il dovere di oggettività che li muove. Ma per la narrazione del virus, forse la narrazione più importante dal secondo dopo guerra, ogni pretesa di oggettività è stata abbandonata e si è scelto di connotare emotivamente ogni parola usata di modo che si potesse massimizzare l’effetto sui cittadini, coinvolgendoli attivamente e riuscendo a comunicare loro la portata del problema. 

Tra tutte le metafore disponibili, nella produzione della cronaca quotidiana si è scelto di rispettare la tradizione e optare per la metafora bellica. Tutti noi, quotidianamente, siamo stati sommersi da espressioni come combattere, nemico invisibile, eroi, guerrieri, uniti per vincere la battaglia ogni volta che abbiamo ascoltato il telegiornale o abbiamo aperto una qualsiasi pagina Internet. Non si può negare che la guerra sia chiamata in causa in situazioni di emergenza per esercitare una pressione sulla psiche di ognuno, richiamando il senso di responsabilità richiesto alle persone a favore dell’intera comunità. Certo, probabilmente non era la metafora ideale per descrivere la situazione che abbiamo vissuto perché non c’era nessuna nazione da sconfiggere: siamo stati tutti sconfitti. Oggi, dopo tre mesi dall’inizio del lockdown, non possiamo ritenerci fuori pericolo anche se abbiamo superato la fase più critica del contagio (almeno per ora); non sentiamo più parlare di guerra, ma molte persone sono rimaste fragili, piene di ansie, paure e insicurezze.

Così come ha contribuito a creare questo stato di angoscia, il linguaggio potrebbe restituire in parte quella serenità che ci è stata brutalmente strappata. Quasi mai ci fermiamo a pensare alle parole che pronunciamo, non riuscendo a meravigliarci dei potenti significati che si celano dietro qualche sillaba. Tuttavia, le lingue straniere possono venire in soccorso e regalare piccoli sprazzi di positività, come ad esempio il portoghese sextou che sottolinea la gioia per l’arrivo del weekend imminente. Diverse sono le lingue che contengono delle vere e proprie formule per la felicità, come l’olandese Gezelligheid o il tedesco Gemütlichkeit che trasmettono, seppur in modo lievemente diverso, la forza di una teoria del benessere basata sulla convivialità e un approccio rilassato alla vita.

Probabilmente, nessuna situazione sarebbe stata più appropriata del periodo che abbiamo vissuto per insegnarci che le cose di cui gioire sono piccole, semplici e intime, esattamente come ci ricorda l’hygge danese.

Anna Angona