Intervista a Stefano Maiolica founder of Unterroneamilano

26 aprile 2020: tutta l’Italia è incollata agli schermi per ascoltare la conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte. Tutta l’Italia è convinta di poter abbandonare il proprio pigiama, indossare guanti e mascherina e tornare piano piano alla scoperta del mondo e ad abbracciare i propri cari a partire dal 4 maggio.

Le speranze e la trepidazione però spariscono a mano a mano che il Presidente del Consiglio illustra le direttive della cosiddetta Fase 2, in un primo momento molto simile alla Fase 1.

A conferenza conclusa il web inizia a scatenarsi: rabbia, confusione e ironia si fanno spazio tra post di Facebook, stories di Instagram e video di Tik Tok con un unico risultato, un clima di disorientamento e negatività.

È proprio all’interno di quel disordine che ho trovato la pagina Instagram Unterroneamilano di Stefano Maiolica, che senza perdere tempo dietro al cinismo, al rancore o alla delusione ha subito redatto un breve ma preciso riassunto di quanto indicato durante la conferenza di Conte.

Senza farsi ulteriori domande, senza pensare a ciò che non è stato detto, Stefano ha agito in concreto per apportare chiarezza e trasparenza all’interno del caos dei social network.

Ovviamente, incuriosita dal nome della pagina e spinta dall’empatia nei confronti di tutti i miei cari amici “terroni a Milano”, ho iniziato a seguirlo per capire se ne potessi trarre qualche giovamento per aiutare a mia volta tutte le persone che durante la quarantena sono rimaste bloccate in un luogo lontano da casa e soprattutto sono rimaste abbandonate a se stesse.

Quello che ho scoperto è stato un mondo di positività ed ottimismo creato da un ragazzo che non solamente durante la quarantena, ma da quasi due anni utilizza i social network e tutte le sue energie per aiutare e far sentire meno soli tutti i fuorisede a Milano.

Partiamo dall’inizio: settembre 2018. Come è nato il progetto “unterroneamilano”? Quali erano le tue aspettative e le difficoltà che hai incontrato inizialmente a realizzarlo?

Ero al termine della mia specializzazione in Psicologia Sociale e della Comunicazione e come tema della mia tesi di laurea avevo deciso di indagare la fuga dal sud verso Milano da un punto di vista psicosociale. Attraverso un questionario somministrato a 300 fuorisede a Milano mi sono reso conto che alcune difficoltà erano comuni a tutti (la nostalgia di casa, la difficoltà nel conoscere nuove persone, il problema degli affitti, la ricerca dei ristoranti in cui sentirsi a casa). In quel momento ho realizzato che poteva esserci il bisogno di una pagina che potesse unire tutte queste persone in modo da farle sentire sempre a casa. La scelta del termine “terrone” all’interno del nome del blog si fonda sulla volontà di distruggere gli stereotipi che richiama, cercando di fare associare al termine dei valori positivi come quelli che cerco di portare avanti con la mia pagina.

Le mie aspettative sono sempre state quelle di poter aiutare sempre più persone e allo stesso tempo di poter mostrare sempre più quella che è la mia visione del mondo, attraverso le cose scrivo, i miei video, le mie canzoni ecc. La difficoltà principale che ho incontrato è stato il trovare la costanza in quello che faccio. È capitato spesso, maggiormente in passato, di voler lasciar perdere il progetto perché per vedere i risultati c’è bisogno di tanto tempo e tanto sacrificio. Fortunatamente, con il tempo, ho acquisito sempre più autostima e forza, grazie soprattutto alle bellissime risposte delle persone che mi seguono, e oggi vado dritto per la mia strada anche se gli ostacoli continuano ad aumentare.

Durante questa quarantena sei stato una ventata di positività ed ottimismo per tutti i fuorisede, ma non solo: con il bollettino della felicità, le ricette, o anche il semplice racconto della tua vita quotidiana con Martina hai regalato tantissimi sorrisi e speranza a chi ti segue. La tua si può definire “una gioia contagiante” e può sembrare banale, ma è molto raro trovare sui social network un luogo di condivisione e comunione così puro ed incontaminato da seconde finalità se non quella di aiutare gli altri. Da dove trai tutte queste energie e forza di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno anche nelle situazioni di crisi e avere la voglia di condividerla con gli altri?

Sempre durante i miei studi in psicologia sociale, ho scoperto dell’esistenza del negativity bias, ovvero quella tendenza che abbiamo noi essere umani nel dare molto più valore alle cose negative piuttosto che a quelle positive. Questa tendenza è ancora più evidente nel mondo dei social, dove siamo costantemente bombardati da odio e violenza. Io, invece, cerco costantemente di focalizzarmi sulle infinite cose positive che la vita ci regala ogni giorno e cerco di mostrare questo lato alle persone che mi seguono.

Se tu dovessi dare un consiglio a un futuro fuorisede che si accinge a trasferirsi a Milano per studiare o lavorare, cosa gli diresti?

Mi capita spesso di ricevere messaggi da ragazzi che si accingono a trasferirsi a Milano. Ci sono tanti consigli che potrei dare ma il primo in assoluto è quello di mettersi in gioco. Troppe persone si trasferiscono con il corpo, ma con la mente restano radicate nella propria stanzetta; questo non permette loro di viversi a pieno il processo che io ho definito “la trasformazione in chiocciola”. Le chiocciole, come sappiamo, portano il guscio sempre con se e quindi sono capaci di sentirsi sempre a casa. Questa metafora la utilizzo spesso per far capire quanto sia importante imparare a stare bene con se stessi per poter stare bene ovunque. Ci sto scrivendo anche un romanzo a riguardo!

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Prima di questo brutto virus, stavo per dare vita a dei progetti enormi che mi avrebbero permesso di vivere completamente delle mie passioni. Oggi, purtroppo, è tutto rinviato. Ho tanti progetti in mente, devo capire quali provare a realizzare prima. Sicuramente, nei prossimi due anni ho intenzione di pubblicare il mio primo romanzo e realizzare una sorta di documentario sui tanti paradisi che abbiamo al sud attraverso un viaggio on the road. Mi piacerebbe diventare un punto di riferimento per l’unione del nostro paese e per la rinascita del meridione. Ah, ultima cosa: un giorno aprirò un ristorante per mia madre.

Per salutarci e per ringraziarti della tua disponibilità ti chiedo le cinque cose che ami di più di Milano (o che in qualche modo sono in grado di farti sentire a casa nonostante la distanza)

Non è semplice, ma ci provo:

1. Il Duomo: ogni volta che me lo ritrovo davanti mi rendo conto di quanto io sia piccolo rispetto alla vastità di Milano e di quanto questa sensazione mi sproni a voler crescere sempre di più;

2. Parco Sempione: ho cambiato 3 volte casa in 4 anni a Milano e tutte erano vicine al Parco. È il luogo in cui riesco a trovare sempre l’ispirazione e un po’ di pace;

3. Lo skyline di City Life: per uno come me che è cresciuto in una città di mare, passeggiare sotto i grattacieli è una sensazione stranissima. Non mi ci riesco proprio ad abituare, per fortuna, quindi mi stupisco ogni volta;

4. L’accoglienza: Milano è una città che accoglie persone di ogni religione, colore, sesso ecc. Per le strade si parlano infinite lingue, infiniti dialetti e tutto ciò è super stimolante. Milano è il luogo giusto per chi si sente cittadino del mondo;

5. I tanti ristoranti del sud: questa città è piena zeppa di ristoranti e locali del sud. Pizze, cannoli, panzerotti…a Milano c’è tutto il nostro sud. L’unica piccola, grande, differenza è che mangiare in riva al mare ha tutto un altro sapore. Però sono questi i posti in cui puoi ritrovare la casa che tanto ti manca.

Matilde Savaglio