PERCHÈ DOC – NELLE TUE MANI È LA SERIE DI CUI NON SAPEVAMO DI AVER BISOGNO

La nuova fiction Rai su un Dr House tutto italiano arriva in un momento in cui pensavamo di averne abbastanza di vedere riprese di ospedali, camici e attrezzature mediche. E che invece riesce a superare il 30% di share.

Credevamo che ci servisse una fuga dalla realtà. Che di accendere la tv e sentir parlare di medici, infermieri, persone che la malattia strappa all’amore dei propri cari, anche in prima serata non ne avessimo proprio voglia. Poi arriva un medico brizzolato a ricordarci quanta vita e quanta forza possono esserci nella corsia di un ospedale e forse per un paio d’ore a settimana cambiamo idea. Nelle settimane che vedono impegnati uomini e donne, più o meno giovani, in una lotta continua per cercare di salvare vite umane, Rai 1 presenta il giovedì sera Doc – nelle tue mani, fiction che ha mandato in onda quattro puntate – fino al 16 aprile – a fronte delle otto che la compongono, a causa di un’interruzione forzata delle riprese in seguito all’emergenza COVID-19.

Andrea Fanti è un brillante ma rigido primario del reparto di medicina interna di un importante ospedale di Milano. Temuto da giovani specializzandi e profondamente ammirato (e amato) dall’assistente Giulia, interpretata da Matilde Gioli, il protagonista vede sconvolta la sua vita dopo che un colpo di pistola gli causa delle lesioni cerebrali che cancellano la memoria degli ultimi dodici anni della sua vita. Risvegliatosi dal coma il dottore infatti non ricorda di essere diventato primario, perché la sua mente è ferma al 2008, nè di essere separato dalla moglie Agnese; soprattutto non ricorda che il figlio minore Mattia è morto dieci anni prima per un arresto cardiaco – che poi è la causa principale del suo divorzio.

Incapace di realizzare tutto quello che ha perso, vediamo Fanti brancolare nel buio dell’amnesia, mentre cerca di racimolare quel che resta di sé. Lo vediamo guardarsi intorno smarrito in mezzo ai progressi tecnologici che l’ultimo decennio ha portato, e ad un arretramento di carriera che lo porterà in mezzo a quelli specializzandi (e ai pazienti) che prima erano per lo più solo numeri. Infine, lo vediamo provare a recuperare il rapporto con la figlia Carolina e l’ex moglie. Perchè se un colpo di pistola alla testa gli ha portato via anni di ricordi, la perdita del figlio lo ha privato della capacità di
ascoltare, empatizzare, relazionarsi. Forse persino amare.

Ispirato alla storia vera di Pierdante Piccioni, nei cui panni ritroviamo il sempre apprezzato e affascinante Luca Argentero, Doc è uno spaccato di vita umana. Anzi, di vite umane, che si intrecciano, si sovrappongono, si spezzano. Il punto forte della serie che tiene incollati allo schermo oltre 8 milioni di spettatori (con un picco di 9 per gli ultimi due episodi) sembra essere infatti il suo portarci dentro a una realtà così tanto nota ma che al tempo stesso non lo è mai a sufficienza. Una realtà che è fatta di medici e infermieri che ogni giorno devono mettere da parte i propri drammi personali, le sofferenze, le mancanze, in nome di un giuramento che hanno fatto.

Ma che ci rammenta che quell’umanità così piegata e sofferente può ancora sperare e credere, finchè ci sarà qualcuno pronto a sorriderle e tenderle una mano. Anche se dietro guanti e mascherina.

Chiara Anastasi