L’UOMO INVISIBILE – IL NUOVO SUCCESSO DELLA BLUMHOUSE

L’uomo invisibile, recente successo della Blumhouse, è la conferma del funzionamento di un modello di produzione che unisce esigenze commerciali a storie con elementi di critica sociale.

Cecilia Kass (Elisabeth Moss), da anni intrappolata in una relazione tossica con il businessman Adrian Griffith (Oliver Jackson-Cohen), riesce a scappare dalla loro abitazione con l’aiuto della sorella Emily (Harriet Dyer). Due settimane dopo le giunge la notizia della morte del fidanzato, tuttavia dopo alcuni eventi ambigui a cui assiste inizia a pensare che lui stia continuando a tormentarla. Emerge fin da subito come questa sia una rilettura tanto peculiare quanto tremendamente contemporanea del romanzo omonimo di H. G. Wells del 1881 e della sua trasposizione cinematografica del 1933 a opera di James Whale: l’elemento di critica sociale è dirompente. L’evoluzione del personaggio di Cecilia aiuta a capire quali siano le necessità di una vittima di abusi: il bisogno di poter contare sull’affetto dei propri cari per poter ricostruire la propria vita, il bisogno di essere ascoltati e creduti in merito a ciò che è successo, il bisogno di poter riaffermare sé stessi. 

Nonostante il contesto fantascientifico in cui si colloca, questa è una storia che punta principalmente a raccontare questa problematica reale, facendone sia il punto di forza del film quanto un marchio di fabbrica della casa di produzione Blumhouse. Per chi non conoscesse la storia produttiva dell’impresa di Jason Blum, basti sapere che è nota nel produrre principalmente pellicole horror dal budget molto limitato, generalmente sotto i 10 milioni di dollari, che affrontano temi politici e sociali rilevanti: ad esempio la saga de La notte del giudizio di James DeMonaco (2013-2020) tratta il conflitto sociale e la diffusione delle armi da fuoco in America, così come Get Out di Jordan Peele (2017) affronta il razzismo. L’attenzione alle criticità dei giorni nostri è quindi un tratto caratteristico che è stato applicato anche a L’uomo invisibile, un progetto che hanno ereditato dalla Universal in seguito allo smantellamento del Dark Universe, un universo narrativo che doveva mettere assieme i mostri classici iniziando con La mummia di Alex Kurtzman (2017). Ovviamente nel passaggio da capitolo del Dark Universe a film Blumhouse è stato ridefinito pure il budget, che è di soli 7 milioni di dollari. Il regista Leigh Whannell è stato molto bravo nel realizzare un prodotto di ottima fattura con queste limitazioni: le atmosfere horror e la tensione sono costruite molto bene, supportate anche dalle performance attoriali del cast su cui spicca ovviamente la protagonista Elisabeth Moss.

Questa pellicola, uscita negli Stati Uniti il 28 febbraio scorso, è riuscita ad essere un successo commerciale nonostante la breve permanenza nei cinema a causa dell’emergenza sanitaria: nei ventuno giorni di rilascio cinematografico ha incassato complessivamente poco meno di 125 milioni di dollari (dati Box Office Mojo), una cifra enorme rapportata ai costi di produzione. Pochi giorni dopo la chiusura delle sale la Universal ha distribuito il lungometraggio sulle piattaforme di video on demand, dove è possibile noleggiarlo. In Italia la casa di distribuzione ha adottato le stesse politiche, con la sola differenza che da noi è stato saltato il passaggio nei cinema e dal 27 marzo è possibile visionare il film su tali piattaforme previo pagamento del noleggio.

In conclusione, la pellicola funziona molto bene perché ha adattato il soggetto di Wells alla contemporaneità ma allo stesso tempo è molto interessante per le sue dinamiche produttive e distributive.

Fabio Facciano