QUEL CHE RESTA DEL GIORNO… O DELLA VITA DI UN UOMO?

Si può vivere una vita nuova dopo averne condotta una, fino a quel momento, sempre uguale? Apparentemente è questo l’interrogativo che pone la sinossi di Quel che resta del giorno, celebre romanzo del 1989 di Kazuo Ishiguro – anzi, si potrebbe dire, il romanzo che lo ha consacrato. La trama suggerisce uno sguardo introspettivo ma non sembra particolarmente complessa: il maggiordomo Stevens, dopo aver dedicato gran parte della sua vita a servizio in un’importante residenza inglese, su suggerimento del suo datore di lavoro intraprende un viaggio di pochi giorni nella meravigliosa campagna inglese. Durante la trasferta, come in un diario che decide di aprire al lettore, egli narra numerosi episodi degli anni trascorsi a Darlington Hall. Cos’è dunque, di questo libro, a colpire?

In primo luogo, sembra di ritrovarsi in un lunghissimo episodio (o in una stagione intera) di Downton Abbey. Le descrizioni sulla vita e le abitudini di Lord Darlington (primo datore di lavoro di Stevens e personaggio di enorme rilevanza), piuttosto che dei dettagli dell’enorme magione, e delle vicissitudini del personale di servizio, sollevano piacevoli ricordi tra gli appassionati della serie sopra citata. Tuttavia, non pare esservi traccia di quei toni allegri che pure erano presenti a Downton. L’intera narrazione è infatti pervasa da una certa seriosità, a tratti pesantezza. Non tanto delle vicende che accadono, ma di colui che le
racconta.

Mr. Stevens incarna infatti ciò che lui chiama “dignità”, ossia, a detta sua, l’imprescindibile virtù di ogni maggiordomo che si rispetti. Chi legge però, se dapprima percepisce solo il fatto che egli sia senza dubbio irreprensibile, e lo rispetta, a un certo punto inizia ad essere infastidito dalla sua totale mancanza di empatia, spontaneità, addirittura senso critico.
Estremamente ligio al dovere, l’unica cosa che conta è la lealtà verso il suo padrone, al punto che qualunque forma, espressione, esperienza di vita umana non assume abbastanza rilevanza ai suoi occhi.

Quando leggiamo un romanzo, o guardiamo un film, abbiamo sempre bisogno di entrare in empatia con almeno un personaggio. Il maggiordomo chiaramente non si candida al ruolo, a mio modo di vedere. Assume invece rilevanza in questo senso Miss Kenton, per anni governante della residenza al fianco di Stevens. Estremamente umana e sensibile, ma anche
poco disposta a sopportare costantemente la rigidità del maggiordomo, è proprio lei a riassumere, in una sola domanda, quello che il lettore pagina dopo pagina arriva a chiedersi immancabilmente: «Perché, Mr Stevens, perché, perché perché dovete sempre fingere?».

Conclusioni? Ishiguro è senz’altro un autore da Premio Nobel, riconoscimento attribuitogli nel 2017. Ma ciò che ho provato io alla fine del libro è un sentimento che unisce pena a rabbia. E voglia di conoscere Stevens e colpirlo ripetutamente con una mazza da baseball, nella speranza (piuttosto vana) che rinsavisca.

Chiara Anastasi