Parasite

PARASITE: GLI ULTIMI SARANNO GLI ULTIMI. IL MANIFESTO INAUDITO DI BONG JOON-HO

Bong Joon-ho lo ha fatto ancora, come un vecchio amico ci ha sussurrato all’orecchio “Parasite”, quel segreto che è alla portata di tutti ma a cui nessuno fa caso. Per farlo, il regista coreano ha attraversato di nuovo la Croisette sfilando trionfante, questa volta a pieno titolo, verso la Palma d’Oro di Cannes 2019. Il film vincitore della 72ª edizione è al cinema dal 7 novembre.

Al suo esordio sulla passerella francese nel 2017, infatti, il cineasta aveva vinto l’attenzione di pubblico e critica con Okja, scandalizzando il pubblico del Festival tanto per l’audacia del racconto quanto perché, concorreva con un film che sarebbe stato distribuito esclusivamente da Netflix. I commenti di shaming da parti di registi come Pedro Almodòvar – nella giuria di quella edizione – nulla hanno potuto però e, al suo approdo sulla piattaforma, il successo della pellicola è stato virale, in parte merito del ricchissimo cast (Tilda Swinton, Jake Gyllenhaal e Paul Dano sono solo alcuni tra gli interpreti più noti) ma soprattutto grazie alla straordinaria visione del suo autore.

Parasite non è da meno e Bong Joon-ho lo sa, tanto che quella dote a lui propria nell’intersecare abilmente crudeltà e dolcezza per colpire dritto alla coscienza qui viene ulteriormente concentrata, fino alla distorsione, per ottenere un racconto esclusivo mirato a sviscerare le urgenze più sentite in quel dato momento.

Nell’interrato di un vecchio edificio del sud della Corea la famiglia Kim vive di sussidi – mai garantiti – e collezionando scatoloni di pizza da restituire in cambio di una remunerazione misera: racimola pochi spicci, approfitta della connessione wi-fi dei vicini, spalanca le finestre se fuori c’è una disinfestazione in modo da ottenerne gratuitamente i benefici. Un giorno, però, al primogenito Ki-woo viene proposto da un amico di prendere il suo posto come insegnate di inglese – pur non avendo crediti o titoli di studi – di una giovane studentessa di ricca famiglia: entrato per la prima volta nella lussuosa abitazione non c’è alcun dubbio, è l’opportunità che tutti a casa Kim stavano aspettando. Uno alla volta, e con metodi poco ortodossi, tutti e quattro i membri della famiglia entreranno nella vita dei Park ma, soprattutto, ne saranno assuefatti con conseguenze dal raggio incontenibile.

Il film di Bong racconta come la debolezza dei più poveri, degli abietti, dei dimenticati conduca a sentimenti di insensibilità inscindibile dalla condizione ma che, ciononostante, non ne giustifica le azioni. Se l’umanità viene messa da parte, i mostri che ne derivano possono solo alimentare un mondo destinato all’implosione. “Cerca l’intruso” è lo slogan che accompagna il poster perché disagio da una parte e indifferenza, del tutto inconsapevole, dall’altra sono i due estremi di una molla sociale che si comprimono coesistendo e rendendo impossibile qualsiasi distinzione tra giusto e sbagliato. Tornando nella sua Corea dopo Snowpiercer e Okja, l’enunciato di Bong Joon-ho si serve quindi di humor nero e una suspense tagliente calibrati su immagini estremamente precise per colpire prima umanamente, e politicamente solo dopo, ciò a cui è lecito alludere ma non additare. Un’urgenza, quella di chi viene lasciato indietro, che non è circoscritta e di cui in questo stesso anno si fa infatti portavoce anche Jordan Peele con Noi precedendo solo di poche settimane, in modo altrettanto provocatorio e vocato alla mescolanza di generi, l’edizione di Cannes che ha premiato Bong.

Se, però, Noi si serviva di uomini e copie fantoccio, distinguibili e cattive per la natura che gli è stata attribuita, in Parasite le differenze sociali dei protagonisti si compenetrano restituendo senza metafore il substrato della società contemporanea: un mondo celato sotto un velo di poco impercettibile ma che non abbiamo il coraggio di sollevare.

Simona Riccio