JOKER: TAXI DRIVER DEL NUOVO MILLENNIO

«In ogni strada di questo paese c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno. È un uomo dimenticato e solitario che deve disperatamente provare di essere vivo».

Per chi ha visto “Joker”, uscito nelle sale recentemente, questa citazione riassume appieno l’idea su cui ne è costruita la trama; in realtà è una citazione tratta da “Taxi Driver” (diretto da Martin Scorsese, produttore – non a caso – di “Joker”), film che ha indubbiamente ispirato l’opera di Phillips.

“Taxi driver” (1976) porta in scena una decadente New York che fa da cornice alle vicende di Travis Bickle. Travis (interpretato da un giovane Robert De Niro che veste i panni di un personaggio diametralmente opposto rispetto a quello affidatogli nella pellicola firmata DC Comics) è un individuo isolato, che, tormentato da una perenne agonia, sviluppa una serie di disturbi psichici da cui si lascia plasmare fino a decidere di ergersi a salvatore della città.

Inizialmente mosso dall’obiettivo di uccidere il candidato presidente (personaggio identico a Thomas Wayne, ‘nemico’ di Joker nel film), che identifica come il male della società, fallisce e ripiega sull’uccisione di tre persone colpevoli di far del male a Iris, giovanissima prostituta che Travis ha preso a cuore.

Il film si chiude con Travis che viene considerato dalla società come un eroe per aver punito gli uomini ‘malvagi’ che perseguitavano la prostituta.

I due film portano in scena una potente riflessione sul vuoto dell’esistenza, sull’alienazione da sé stessi e al contempo dal mondo esterno. I protagonisti delle due opere sono degli individui isolati, incapaci di relazionarsi, incarnano l’immagine del tipico antieroe: per una parte della società (il proletariato) identificati con il male, mentre per l’altra, considerati i salvatori e gli estirpatori del veleno che i potenti gettano verso le classi a loro subordinate. 

L’ambientazione risulta simile in entrambe le pellicole: le due metropoli rappresentate, una New York e una Gotham City degli anni Settanta, sono decadenti, segnate dalla miseria e succubi di una velenosa diversificazione sociale. Si respira così un sapore dolce-amaro di fasullo sogno americano, apparentemente ricco di opportunità, che sa incantare chi vi vive ma che restituisce solo malvagità.

Lo specchio, elemento ricorrente in entrambi i film, è l’aiutante dei protagonisti. I due, infatti, ‘provano’ mimiche, parole e gestualità davanti alla superficie riflettente, unico interlocutore reale nel loro essere solitari. Ecco allora che le frasi ripetute davanti allo specchio «I’m the only one here» e «Put on a happy face» possono valere per entrambi i protagonisti.

Robert De Niro in una scena del film “Taxi Driver” (M. Scorsese, 1976)
Joaquin Phoenix in una scena del film “Joker” (T. Phillips, 2019)

Sentendosi dei ‘nessuno’ e mossi dal desiderio di uscire da questo stato di anonimato, i due divengono giustizieri seguendo, però, una giustizia personale, fine a sé stessa.

Il cult “Taxi driver”, che ha segnato la storia del cinema e la vita di molti spettatori, è stato preso come spunto da un Todd Phillips (regista di “Joker”) che ne ha tratto un capolavoro del nuovo millennio, degno a sua volta di essere ricordato dalle generazioni future come un nuovo caposaldo del cinema.

Laura Sarti